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All’Hotel Kronenhof per capire dov’è nata la grandeur del turismo invernale

di Sara Magro


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3' di lettura

Dietro la cancellata in ferro battuto, sulla via maestra di Pontresina, tutta coperta di neve, l’ingresso del Grand Hotel Kronenhof è piccolo. Non lascia immaginare che dietro c’è un Palace del 1848 che il ministero dei Beni culturali svizzero ha classificato come “monumento nazionale”. Grandi saloni con i soffitti affrescati, il pavimento in legno antico che scricchiola sotto i passi, il camino, i salottini, e in fondo, incorniciate da sipari di velluto rosso, le montagne dell’Engadina. All’arrivo ti accolgono come se ti aspettassero da giorni. I “pastel de nata” portoghesi – che sorpresa – sul buffet della colazione tra cestini d’argento e tovaglie inamidate, come una volta. L’albero di Natale così alto che non c’è più spazio per la cometa, d’antan con le palle luccicanti arancioni e rosse.

La lobby è al terzo piano, la camera 211 al secondo, perché il palazzo si appoggia sul fianco del monte e i piani si contano dal basso. Verde chiaro, specchi, boiserie bianche. Mi piace quel pistacchio naturale, i tessuti di cotone con lo spessore della lana, la luce che accende lo spazio e il tepore che emana. Questo posto moderno non disturba tra le modanature d’epoca, gli affreschi e i legni antichi del resto. La storia dell’hotel è in corso.

L’alta ospitalità di montagna all'Hotel Kronenhof

L’alta ospitalità di montagna all'Hotel Kronenhof

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Negli spazi e nelle foto d’epoca c’è la grandeur del primo turismo invernale nato a St. Moritz, il paese accanto, dove durava mesi, finché in Inghilterra tornava la primavera. La lobby è foderata di pannelli di legno scuro con gli sci dimenticati dagli ospiti un secolo fa, e c’è la cantina con le botti che, durante gli anni della Grande Guerra nel resto d’Europa, ha permesso la sopravvivenza dell’attività. C’è l’aria della mondanità crescente del secolo scorso, e lo spazio per l’ansia di personalizzazione di cui soffriamo oggi. L’invito a condividere un’idea di eleganza è costante: a cena si va con l’abito bello e la giacca, con una deroga sulla cravatta che è diventata opzionale.

Pierre Yves Rochon, l’architetto che ha rifatto una dozzina di camere lo scorso anno mi deve aver letto nel pensiero. Il mio ideale è una scrivania davanti a una finestra panoramica, con tante spine per il wifi che va veloce, un televisore davanti al divano con cuscini e copertina da chalet in quota. Non è uno chalet, il Kronenhof ma un palazzo con l’impossibilità di orientarsi nelle prime ventiquattro ore. La pista da bowling dentro, e quella di pattinaggio fuori. Il ristorante è buono, da 16 punti Gault Millau. Una Spa che non finisce più, con la piscina, un percorso di idromassaggi a diverse altezze, le vasche alternate di acqua calda e gelata, la sauna. Alle 18 ha inizio il rituale: un quarto d’ora di profumi balsamici e sudate, il folk americano di sfondo, prima un tuffo nella neve.

Che cosa mi è piaciuto specialmente? Lo ski pass si compra alla reception, saltando qualunque fila, e agli impianti si va con la navetta dell’hotel.
Su richiesta, si può attivare il piccolo e storico bowling. Le palle sono un po’ pesanti, ma la pista tutta per sé è impagabile!

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