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All’ultimo ballo di Michael Jordan si suona questa musica qui

Tra i tanti pregi di “The Last Dance”, straordinario resoconto della parabola mitologica della stella dell'Nba, c'è anche il lavoro compiuto sulla colonna sonora: un'opera calibrata al millimetro, che affianca hip-hop, psichedelia, rock e successi dell'epoca, e che cuce su ogni personaggio un abito sonora su misura

di Federico de Feo

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Credit: Netflix

Tra i tanti pregi di “The Last Dance”, straordinario resoconto della parabola mitologica della stella dell'Nba, c'è anche il lavoro compiuto sulla colonna sonora: un'opera calibrata al millimetro, che affianca hip-hop, psichedelia, rock e successi dell'epoca, e che cuce su ogni personaggio un abito sonora su misura


4' di lettura

Nella quinta puntata di The Last Dance, il già celeberrimo documentario che racconta e analizza l'ultimo anno di Michael Jordan ai Chicago Bulls, si assiste per la prima volta a uno spostamento del focus narrativo, dal Jordan dominatore dai cieli al Jordan nuova icona culturale urbana. Ci troviamo nel giugno del 1984, MJ si appresta a entrare nel mondo della NBA come terza scelta per i Chicago Bulls. David Falk, figura di spicco dell'agenzia sportiva Proserv, si reca in North Carolina per trattare con i genitori di Michael e diventarne procuratore. L'obiettivo di Falk è di prendere un giocatore di uno sport di squadra e gestirlo, a livello di immagine, come un tennista. Artur Ashe, primo grande giocatore afroamericano della storia, ha la sua racchetta griffata Head e per Michael Jordan deve avvenire lo stesso procedimento; per questo, il primo accordo da realizzare è quello per un brand importante di scarpe sportive. Dopo un primo approccio con Converse (la produttrice ufficiale di scarpe per l'NBA) l'attenzione di Falk si sposta verso un'azienda dell'Oregon che in quel momento produce principalmente scarpe per atletica, la Nike. Dopo le prime resistenze, Jordan accetta e Falk, durante la negoziazione, impone la creazione di una linea a suo nome. Prendendo spunto da una nuova tecnologia testata da Nike per le scarpe da corsa, Air Solas, Falk consiglia agli amministratori di chiamare l'intera linea “Air Jordan”, dando vita a un prodotto culturale e sociologico ancora oggi unico nel suo genere. Ed è da qui, da questo snodo fondamentale della narrazione, che probabilmente il music supervisor Rudy Chung è partito per la realizzazione della colonna sonora di The Last Dance, costruita in due anni di lavorazione.

Credit: Netflix

Come raccontato dallo stesso Chung al New York Times, il regista Jason Heir era inizialmente intenzionato a coinvolgere in questo progetto artisti attuali del mondo dell'hip-hop, come per esempio Kendrick Lamar, e per questo motivo era entrato in contatto con l'etichetta Interscope. Ma subito Chung si rende conto che, per raccontare una storia sull'epopea dei Bulls che riflettesse il contesto culturale e sociologico in cui si inseriva, era fondamentale utilizzare brani dell'epoca che caratterizzassero ogni oggetto (le Air Jordan) e personaggio in scena. Non a caso, il documentario si apre con l'iconica Been Around The World di Puff Daddy/Notorius B.I.G e Mane, a rappresentare quel “glamour culturale” a cui Michael Jordan e i Bulls avevano dato vita influenzando l'estetica popolare e la moda di quegli anni.

Credit: Netflix

The Last Dance si pone come primo documentario in cui ogni componente della storia ha una colonna sonora costruita su di sé. La soundtrack di MJ parte da I'm Bad di LL Cool J, con cui annienta, alla sua seconda apparizione nei playoff, i gloriosi Boston Celtics con una prestazione da 63 punti, per evolversi nel The Partyman narrato da Prince, diventando il miglior giocatore della lega alla fine degli anni 80: «All hail the new king in town». Ogni episodio prende in esame le figure fondamentali che hanno contribuito a costruire una squadra così leggendaria, e questo ha permesso a Rudy Chung e Jason Hair di costruire una colonna sonora che spazzia su più generi in modo da raccontare le diverse anime in gioco, senza entrare nel cliché di brani prettamente hip-hop per descrivere il mondo del basket americano.

Credit: Netflix

Phil Jackson, maestro zen e artefice del successo tecnico-tattico dei Bulls, è accompagnato da brani dal sapore psichedelico e hippy (The Cream, I Feel Free) nel racconto degli anni della sua formazione cestistica, in primis come centro dei New York Knicks e in seguito come allenatore nella città di Quebradillas, in Portorico. Dennis Rodman è la dimostrazione perfetta di come la supervisione musicale si possa considerare una forma d'arte a sé stante. Le scelte musicali tendono a mettere in risalto perfettamente la sua personalità eclettica e fuori dagli schemi come The Maestro dei Beasty Boys: come spiegato da Chung, «Non è solo un brano emblematico dell'epoca, ma rappresentava perfettamente Rodman. Non è una canzone hip-hop; non è una canzone rock. È un po' tutto, un po' punk rock». Non tralasciando l'episodio del suo weekend a Las Vegas narrato da Still Not a Player di Big Pun che recita queste parole: «I am not a player... I just crush a lot». Niente viene lasciato al caso; le ambientazioni (la citta di Atlanta raffigurata dai brani degli Outkast) e la costruzione dei villains, identificati negli odiati Detroit Pistons, possiedono uno specifico commento sonoro. Rudy Chung, come raccontato a VICE, ha potuto visionare tutti i nastri che raffiguravano i cosiddetti “bad boys” di Detroit in modo da poter incarnare musicalmente quel fervore agonistico e fisico che li contraddistingueva, a partire dall'ideazione del “Jordan Rules”, il sistema difensivo per annientare Michael Jordan.

The Last Dance è un rito di passaggio, la fine di un'epopea che non tornerà più. Michael Jordan, il giocatore più forte di tutti i tempi, insieme ai suoi compagni, dai tratti mitologici, costruiscono una storia unica in cui lo sport agisce da compagno nel raccontare qualcosa di più grande e profondo. La vita nella sua essenza totale: sacrificio, riscatto, sconfitta e affermazione. Dalla voce di Steve Kerr, ascoltiamo l'ultima riunione dei Bulls con il proprio capo spirituale, Phil Jackson, in cui ogni giocatore scrisse cosa avesse significato la squadra per lui per poi bruciarlo e porre fine a quel tutto che avevano rappresentato. Emblematica è la musica che ci accompagna in questi ultimi minuti, Present Tense dei Pearl Jam, a chiudere perfettamente il cerchio di questa storia gloriosa.

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