la provocazione

All’università la cooptazione funziona meglio dei concorsi

di Dario Braga


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3' di lettura

Esattamente due anni fa ho scritto su questo giornale un articolo intitolato “Che delusione l’Università ridotta a corsa al «posto»” che avviò un intenso dibattito con il contributo di numerosi colleghi. Da allora, l’argomento “concorsi” è ricomparso molte volte seguendo la cadenza delle inchieste che raggiungono l’opinione pubblica attraverso stampa e social media. Ultima quella di Catania.

Lungi da me l’idea di difendere chi utilizza i meccanismi concorsuali per reclutamenti e/o promozioni improprie, però la persistenza del tema dovrebbe spingere a domandarsi se non ci sia qualcosa di profondamente sbagliato proprio nei presupposti dei concorsi universitari.

La tesi che voglio sviluppare è che i complicati meccanismi concorsuali passati e presenti non funzionano: da un lato, costringono anche i più onesti a comportamenti spesso al limite delle norme, mentre, dall’altro, finiscono per agire come protezione per quanti sfruttano le norme stesse per fini impropri.

Chi conosce i sistemi universitari avanzati sa bene che nessuna Università estera assume professori universitari o ricercatori mediante un “concorso pubblico per titoli ed esami” basato sul criterio del “vinca il migliore”. All’Università si entra per cooptazione.

Può sembrare un’eresia. Il problema è che pochi sanno come funziona veramente l’Università. Molti, ignorando il ruolo della ricerca scientifica, la considerano una prosecuzione della scuola e del liceo, dove un buon insegnante della materia X è un buon insegnante della materia X, stop.

All’Università non funziona così. Provo con un esempio concreto. Se un dipartimento decide che ha bisogno, per necessità di ricerca e/o di insegnamento, di un esperto di, diciamo, “sintesi organica”, bandisce un posto nel settore Chim06 (Chimica organica) e definisce il “profilo” del candidato e i criteri con i quali verrà fatta la valutazione. Qualunque docente in possesso dell’Abilitazione scientifica nazionale (Asn) nel settore Chim06 può fare domanda. Anche un ottimo chimico teorico, quindi, o una eccellente studiosa di stato solido possono partecipare, benché le loro competenze scientifiche maggiori siano in campi molto diversi da quelli richiesti. Starà alla commissione valutare quanto i curricula dei candidati siano adeguati o non adeguati, ma - attenzione! - per legge lo dovrà fare non tanto discutendo le competenze che servono al dipartimento, quanto l’aderenza ai criteri, spesso quantitativi (numeri di pubblicazioni, impact factor, H-index, finanziamenti ricevuti, progetti di cui si è responsabili etc) stabiliti nel bando di concorso. Terreno insidioso.

Per capirci meglio, è come se, per assumere un violino in una orchestra, fosse necessario bandire un concorso per la sezione “archi” con un “profilo” da violinista, senza poter scegliere il vincitore sulla base della sua esperienza con il violino. Il migliore dei candidati - come anni di carriera, premi, esibizioni pubbliche - potrebbe essere una viola, o un contrabbasso... ma come fare se all’orchestra serve un violino?

Insomma, all’Università non è vero che “uno vale uno”, e spesso nemmeno che “serve il migliore”. Altra eresia.

Come fare quindi? Si dovrebbe fare quello che si fa in tante altre professioni, sia in Italia, sia all’estero: reclutare e promuovere alla luce del sole sulla base di criteri chiari, predefiniti e trasparenti. In altre parole si dovrebbe “cooptare” apertamente con piena assunzione di responsabilità, senza trincerarsi dietro complesse procedure e numerologie. Procedure e numerologie che, proprio per la loro complessità, aprono ampi spazi a contestazioni e ricorsi.

L’amministrazione pubblica oggi opera sotto la costante minaccia dei ricorsi, e non solo per i concorsi universitari. Accessi agli atti, ricorsi amministrativi, ricorsi al presidente della Repubblica sono l’incubo quotidiano degli addetti ai lavori. Proteggersi dai ricorsi è diventata la preoccupazione maggiore, alla quale si risponde aumentando i controlli, aggiungendo parametri, e rendendo i processi ancora più lenti e spesso ancora più oscuri. De facto, strumenti nati per difendere il cittadino da malversazioni e comportamenti illeciti finiscono per paralizzare la pubblica amministrazione.

A tutti gli effetti pratici il concorso universitario è un paradosso: da un lato costringe le commissioni che agiscono correttamente (e sono - non dimentichiamolo mai - la stragrande maggioranza) a complessi slalom giuridico-amministrativi per esercitare la necessaria cooptazione mascherata da concorso senza violare le leggi e, dall’altra, offre ampi spazi alle (poche) commissioni scorrette per scelte improprie nascoste dalla foglia di fico delle procedure concorsuali.

L’obiezione classica a chi propone il superamento dei concorsi all’Università è che è la Costituzione prescrive il concorso per accedere ai pubblici impieghi. Alcuni costituzionalisti, tuttavia, sostengono che la regola non è assoluta e che sarebbe sufficiente valorizzare la posizione di autonomia costituzionale dell’Università rispetto a qualsiasi generica amministrazione pubblica.

Dopo cinquant’anni e infinite declinazioni del tema “concorso universitario” forse è davvero ora di provare a cambiare paradigma.

Dario Braga è Direttore dell’Istituto di studi avanzati Alma Mater Studiorum - Ateneo di Bologna

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