Greenwich Economic Forum

Alla Davos Usa gli hedge fund lanciano l’allarme: «È la fine di un ciclo»

di Marco Valsania


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Il finanziere Paul Tudor Jones

5' di lettura

NEW YORK. I guru degli hedge fund sono abituati a sfoggiare atteggiamenti flemmatici, a volte quasi filosofici, più del panico. Ma oggi le loro parole non nascondono incognite e nervosismo, che imperversano su mercati scossi da perdite e oscillazioni e che hanno visto Wall Street azzerare ieri i guadagni dell’anno. Il monito più pressante, tanto sulle valutazioni delle azioni quanto sul debito, arriva da Paul Tudor Jones, la Cassandra del crack del 1987, che cita anche il rischio-Italia. Ma non è il solo a lanciare avvertimenti. Ray Dalio ammette l’esistenza di «rischi asimmetrici», d’un rapporto peggiorato tra pericoli e possibili guadagni; teme scosse «geopolitiche» e «conflitti interni» esemplificati dall’emergere dei populismi. E si domanda apertamente «dove siano i massimi».

Afsaneh Beschloss, fondatrice di RockCreek, gestore per fondazioni e altre istituzioni dopo un passato tra Carlyle Group e Banca Mondiale, vede poco promettenti orizzonti di «stagnazione negli stadi avanzati del ciclo economico». Dmitri Balyasny, dell’omonima Balyasny Asset Management, sottolinea i possibili e gravi «traumi a catene di fornitori» legati alle tensioni commerciali. E un grande gestore che preferisce rimanere anonimo riassume gli interrogativi chiedendosi quando scoccherà la prossima crisi e recessione, quanto sarà grave e quanto inasprirà i rapporti sociali.

Sono queste le voci, le parole non dettate dal panico ma da una preoccupazione razionale e sovente dettata dall’esperienza, che si sono susseguite e hanno trovato eco, nei giorni scorsi, al primo convegno del suo genere organizzato nella capitale informale degli hedge americani, Greenwich. Un appuntamento un po’ pomposamente, e con qualche ironia, ribattezzato come la Davos dei fondi hedge - il Greenwich Economic Forum. Dentro il Delamar Hotel, che dà sulla costa oceanica, alcune centinaia di invitati si sono accalcati in un’atmosfera informale quanto intensa, tra sessioni plenarie e incontri a porte chiuse, per due giornate ad ascoltare il verbo di profeti accreditati, da Ray Dalio appunto a Paul Tudor Jones fino a Bob Diamond, l’ex ad di Barclays. In tutto si sono ritrovati quasi una quarantina di Ceo, fondi statunitensi affiancati da influenti invitati europei - dal Man Group a Ubs - con una spruzzata di family offices, di private equity, di investitori istituzionali e fondi comuni. E una delegazione cinese, quasi a rimarcare una distanza anche d’immagine dal protezionismo facile e guerresco di Donald Trump.

Esiste una bolla nella valutazione degli asset? Probabilmente, anzitutto sul credito globale, sul debito, con il livello in rapporto al Pil ai massimi

Il 64enne Tudor Jones modula il suo allarme nel corso di una conversazione a lui interamente dedicata. «Esiste una bolla nella valutazione degli asset? Probabilmente, anzitutto sul credito globale, sul debito, con il livello in rapporto al Pil ai massimi». Su equity, credito, immobiliare e altro «esistono oggi correlati livelli di sopravvalutazione», risultato di banche centrali «che hanno tenuto i tassi di interesse reali molto bassi». E che dire di nodi quali quelli posti dall’Italia? «I livelli del debito si gonfiano, insostenibili» è il suo giudizio. A suo avviso, a conti fatti, «ci saranno momenti molto brutti nel corporate credit e effetti sul mercato azionario». La parola chiave è «pericolo», dato l’avvicinarsi della «fine di un ciclo decennale» di crescita che dovrebbe arrivare a un capolinea e metterà alla prova le scelte della Federal Reserve. Per questo sta conducendo veri e propri stress test sul suo portafoglio in particolare del debito, con l’intento di renderlo a prova di bufere all’orizzonte. Tudor Jones ne sa certo qualcosa di stress: anche se in anni più recenti la sua performance non è sempre stata brillante, nell’ormai leggendario 19 ottobre del 1987 pronosticò e guadagnò su un crollo del 23% nell’indice Dow Jones avvenuto in una sola seduta, una caduta tuttora record. Il suo fondo lo aveva creato otto sette anni prima.

Quel gestore anonimo già citato vede esplicitamente un parallelo proprio con il 1987: «Siamo in una situazione che mi ricorda quella di allora. Abbiamo un problema complessivo di valutazioni, che questa volta sono state trainate da Qe e dai bassi costi dell’indebitamento. I tassi d’interesse salgono. Ci sono tensioni commerciali, con la Cina piuttosto che con l’Europa. La recessione trentun anni or sono tardò ancora tre anni. Ma siamo comunque in fase tarda del ciclo, anche se non sappiamo esattamente quanto tarda».

Sul rischio Italia - e di conseguenza Europa - per i mercati ritorna Pablo Calderini, chief investment officer di Graham Capital Management. Ricorda un «Pil pro-capite senza crescita in vent’anni» nella penisola e vede pressioni ancora crescenti per un’uscita del Paese dall’euro, dato il suo forte settore industriale che «darebbe senso a una svalutazione». Ancora, sui rischi presenti nel Vecchio Continente: Bob Diamond, ceo di Atlas Merchant Capital, vede gli Usa avvantaggiati nel gestirli grazie allo sviluppo mercati privati, alla «profondità dei capital markets americani» rispetto a quelli europei.

Ian Morris, senior managing partner di Blackstone, si focalizza sulle sfide irrisolte per le Banche centrali e la Fed soprattutto. «Sapranno pilotare un soft landing? È difficile, anche se la Fed è la banca centrale con la maggior credibilità al mondo». Gli esempi del più recente passato vedono sia soft che hard landing, i primi a metà degli anni Ottanta e Novanta. Ma questa volta Morris solleva lo spettro di un più brusco «boom-bust», che finisca in stagnazione e deflazione. La Fed avrebbe bisogno di altri cinque anni per normalizzare il suo portafoglio e avere davvero armi a sua disposizione. William Michealcheck, fondatore di Mariner Investment Group, evidenzia la divergenza che adesso regna tra le banche centrali, con solo la Fed che ha potuto avviare una normalizzazione, e che può rendere più arduo un coordinamento in caso di necessità. La Bce in particolare «ha davanti a sé una serie di interrogativi, da Brexit all’Italia e al suo portafoglio». Ciò detto, vede la situazione dell’equity negli Usa come «insostenibile» e si aspetta un «cammino accidentato» nei prossimi tre o anche quattro anni, con «forte volatilità».

Spetta a Dalio e Tudor Jones lanciare anche uno sguardo a questioni di più lungo periodo - e non unicamente di mercato. Dalio vede «in particolare emergere un rischio politico, confitti interni, populismo, quale maggior preoccupazione in una crisi futura».

Il trading con algoritmi può essere uno strumento molto pericoloso se chi lo usa non lo capisce a fondo. Può invece essere un beneficio se usato in modo appropriato

Il protezionismo e Pechino? «I problemi con la Cina vanno ben oltre le questioni commerciali. La Cina è diventata un caso di successo, un concorrente globale. Con differenze di valori, approcci, l’America valorizza l’individuo, i diritti di proprietà; in Cina la famiglia, la comunità, il Paese. Da qui nascono la nuova Via della Seta e il piano al 2025. Ma sono ottimista sull’outlook della Cina, sulla sua espansione, c’è energia e imprenditorialità, eccitazione; un brutto anno in Cina ha comunque una crescita doppia rispetto a qui». Su un altro tema scottante, le rivoluzioni hi-tech nella finanza che qualcuno vede come responsabili di posa trasparenza e nuovi rischi, non è reticente sui pro e contro: «Gli algoritmi, il trading con l’intelligenza artificiale, sono termini spesso usati con scarsa cognizione di causa. Il problema è da dove vengono gli algoritmi. Noi mettiamo nero su bianco principi, criteri per le decisioni e poi trasformiamo questo in algoritmi. Il trading con algoritmi, il machine learning, può essere uno strumento molto pericoloso se chi lo usa non lo capisce a fondo. Può invece essere un beneficio se usato in modo appropriato».

Paul Tudor Jones si proietta piuttosto sulla necessità di una nuova responsabilità sociale della finanza. Parla del suo indice basato su «comportamenti equi», che può garantire rendimenti migliori della media. Che utilizza criteri di giustizia nel mondo corporate, quali stipendi dignitosi, qualità dei prodotti, trattamento positivo dei consumatori, fattori insomma capaci di stimolare cambiamenti sociali. Goldman Sachs ha varato quest’anno un Just Etf basato sulla ricerca della fondazione di Tudor Jones, battezzata Just Capital. «Questa è la nostra missione - spiega Jones - Migliorare e ammodernare il modo in cui le aziende fanno business, che non può essere solo basato sul profitto e sugli affari. La società non può prosperare in questo modo».

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