Nuovi suoni

Alla International Anthem frullano a meraviglia jazz, rock e sperimentazione

Se c'è una capitale musicale capace di rigenerare di continuo la propria tradizione, questa è Chicago. E l’etichetta discografica fondata da Scott McNiece – insieme con David Allen e Dave Vettraino – ne è la dimostrazione. La nostra intervista e una preziosa guida all'ascolto

di Michele Casella

Scott McNiece e David Allen (credit: Mark Pallman)

7' di lettura

Rivitalizzare la scena musicale di Chicago: sembra quasi una missione impossibile nel luogo che rappresenta da sempre uno dei principali baluardi della produzione planetaria. La città del vento ha assorbito gli elementi più seminali del blues, del rock, del R&B, della house, dell'hip-hop; e naturalmente del jazz, che per la scena locale ha rappresentato il trait d'union di una formula sonora assolutamente brillante. A raccogliere il testimone di questa formidabile produzione musicale, ci ha provato la International Anthem, l'etichetta discografica attiva dal 2014 e impegnata in un sorprendente ripensamento proprio dell'approccio jazz. Con un catalogo di quasi 50 dischi e una media qualitativa di livelli altissimi, la label guidata da Scott McNiece, David Allen e Dave Vettraino incrocia il coraggio delle scelte artistiche a una sostanziale accessibilità dei titoli proposti. Una policy che si è rivelata vincente e che ha permesso alla International Anthem di imporsi all'attenzione di tanti ascoltatori non necessariamente jazz-oriented.

Come nella migliore tradizione della musica alternativa, anche questa impresa creativa arriva da un'attitudine appassionata, quella che ha spinto McNiece a suonare in alcune band cittadine e diffondere ascolti musicali. Partito con la realizzazione di playlist digitali per lo storico Gilt Bar di Chicago, il giovane imprenditore dapprima crea la Uncanned Music (una startup con cui forniva selezioni musicali di background per bar, locali e ristoranti), poi inizia a occuparsi di performance live e management di band. La sua verve innovativa, l'apertura mentale della proposta artistica e la cura estetica per il prodotto discografico hanno poi contribuito in maniera determinante alla nascita della International Anthem, una label che oggi sta ottenendo effetti dirompenti nella comunità musicale non solo statunitense. Abbiamo intervistato Scott McNiece nel pieno del lavoro manageriale, con tre nuovi album in uscita e una nuova pagina da scrivere per la storia della musica di Chicago.

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Nel 2014, con la nascita della International Anthem, hai compiuto una scelta artistica molto determinata: come ci sei arrivato?
«L'etichetta è nata “ufficialmente” nel 2014 con la nostra prima pubblicazione, ma avevamo deciso di avviarla già dal 2012. Ci sono voluti un paio d'anni solo per comprendere come creare una label! La decisione di fondarla arriva dalla mia attività di promoter in ambito jazz e di improvvisazione, che realizzavo dal 2011 in diverse location di Chicago. Sono stato molto ispirato dagli artisti che ho conosciuto e con cui ho collaborato. Così ho invitato i miei amici David Allen e Dave Vettraino – ingegneri del suono e ora partner dell'etichetta – per aiutarmi a registrare le residenze artistiche che avevo organizzato con Rob Mazurek e Makaya McCraven alla fine del 2012. Quando ci siamo resi conto che le registrazioni suonavano davvero bene, abbiamo deciso di creare un'etichetta discografica per pubblicarle».

Quali sono le linee direttrici che guidano le pubblicazioni della International Anthem?
«Noi crediamo nel piegare (e nel rompere) i confini del genere. Crediamo nel collaborare e sostenere le visioni degli artisti a un livello molto profondo e molto coinvolto. Lavoriamo al fianco degli artisti dall'inizio alla fine: dal loro primo concept alla composizione, dall'esecuzione alla registrazione, passando per la produzione, la promozione e la distribuzione. Crediamo nel lavoro con artisti che hanno delle idee da comunicare e una storia da raccontare. Crediamo nella pubblicazione di opere che riguardano le preoccupazioni socioculturali del mondo. Crediamo nell'impegnarci e fare tutto il possibile per riformare in positivo le pratiche negative e di sfruttamento del business della musica e del capitalismo in generale».

Lo staff della Iarc, International Anthem Recording Company (credit: Carolina Sanchez)

Jazz, punk, rock e sperimentazione: sono tutti elementi presenti nei vostri album. Che tipo di ascolti avete nel vostro background? Credete fermamente nella pratica del “Do It Yourself”?
«David, Dave e io proveniamo da un background basato sul “Do It Yourself”. Si tratta di un elemento fondamentale per come ci concepiamo, sia come artisti che come operatori della creatività, di conseguenza influenza notevolmente la nostra filosofia di lavoro. Di per sé non operiamo tanto come un'etichetta fai-da-te in senso puro, ma crediamo profondamente nell'importanza e nell'utilità dei principi anarchici delle comunità e degli approcci basati sul Do It Yourself. Per quanto riguarda gli ascolti… Non ci preoccupiamo molto del “genere” di appartenenza, ma siamo interessati ad ascoltare musica che risulti “genuina”».

All'inizio degli Anni 2000 Chicago era una città fortemente caratterizzata dall'ondata post-rock e alcune di quelle band erano fortemente influenzate dal jazz elettrico. In termini musicali, che tipo di città è oggi Chicago? Pensate di aver raccolto l'eredità di quegli anni?
«Chicago è una grande comunità musicale multidimensionale e, contrariamente alle narrazioni dei media, non esiste un modo semplice e univoco per descriverne l'intera scena sonora. Ci sono davvero tante cose diverse che stanno accadendo qui in questo momento, proprio come è successo nei primi Anni 2000. E sì, la musica di oggi recepisce parte dell'eredità di tutto ciò che in precedenza è accaduto qui a Chicago. Chicago è speciale poiché rappresenta una comunità musicale multi-generazionale, in cui i musicisti più anziani fanno da mentori ai più giovani e tutti collaborano attraverso linee generazionali e stilistiche. Ci sono linee comuni e collaborative che collegano la musica del presente con il revival avant-garde, l'elettronica dell'etichetta Hefty e l'ondata “post rock” degli Anni 2000, per arrivare all'alt-rock, all' hip-hop degli Anni 90, alla musica creativa di ispirazione AACM degli Anni 60, 70 e 80, perfino ai giorni in cui Sun Ra è stato in città negli Anni 50 e 60».

La forte identità della label passa anche attraverso gli artwork dei vostri album. Oggi, nell'era della distribuzione digitale, in che modo la smaterializzazione influenza il vostro lavoro?
«Fin dall'inizio abbiamo fatto del design di prodotto una delle assolute priorità della nostra etichetta. Sebbene la smaterializzazione della musica abbia avuto un effetto complessivamente negativo sulla cultura sonora, credo che ci abbia reso ancor più unici e che ci abbia permesso di distinguerci come etichetta. E poiché i media fisici rappresentano il modo più coinvolgente per rapportarsi con la musica registrata, l'unicità del nostro packaging ci ha aiutato a indirizzare più orecchie verso l'opera dei nostri artisti».

Che cosa pensi dell'ascolto su piattaforme di streaming come Spotify? Ritieni che possa aiutare la diffusione della musica o preferisci il buon vecchio vinile?
«Non è un discorso molto semplice, penso che ci siano aspetti sia negativi che positivi della musica in streaming. E penso che dovrebbe esserci meno preoccupazione per il mezzo tecnologico (cioè per la contrapposizione fra vinile e digitale) e più attenzione per il modo in cui tale mezzo è progettato. È infatti necessario promuovere la scoperta musicale come un'esperienza unica, creare una connessione più profonda con i messaggi che gli artisti stanno cercando di comunicare».

Il collettivo Irreversible Entanglements

TRE NUOVE USCITE CONSIGLIATE

IRREVERSIBLE ENTANGLEMENTS
Who Sent You? (2020)

Quintetto sparso fra Philadelphia, Washington e New York, gli Irreversible Entanglements rappresentano l'anima inquieta e ossessiva degli Stati Uniti. Who Sent You? è il mantra che attraversa il secondo album pubblicato dalla International Anthem, un intrico di oscillazioni e riverberi, accelerazioni free e deviazioni spiazzanti. Un album in cui un groove rutilante si proietta verso il cosmo, dando vita a una forma inedita di afrofuturismo. Il tutto guidato dalla narrazione vocale della conturbante Camae Ayewa, la poetessa e attivista anche nota come Moor Mother.


ALABASTER DEPLUME
To Cy & Lee: Instrumentals Vol.1 (2020)
To Cy & Lee è un disco dall'approccio collettivo e umanistico, che parte da una particolare attività di volontariato fatta da Alabaster DePlume: quella di avvicinare persone con disabilità per mezzo della musica. Piccole melodie, mormorii e intonazioni convergono ora in queste undici tracce dall'aura meditativa, che trova nel jazz e nella free form la sua compattezza stilistica. Originario di Manchester, di base a Londra, il compositore e sassofonista DePlume si è unito alla International Anthem dopo aver collaborato con l'eclettica label scozzese Lost Map. Un album che nasce dalla voglia di «distruggere l'idea di correttezza», ma di farlo attraverso la sensibilità.


JEFF PARKER
Suite for Max Brown (2020)

Già noto per il suo ruolo fondamentale nei Tortoise e per l'insostituibile apporto al Chicago Underground Trio, Jeff Parker tira fuori uno dei migliori album della sua carriera. Registrato nel solco delle produzioni di fine Anni 90 e di certo jazz elettrico in congiunzione rock (la memoria va diretta al progetto Isotope 217), questo Suite for Max Brown è un perfetto incrocio fra libertà espressiva e capacità di costruzione sonora. Ogni brano prende forma di piccole idee melodiche, che poi si trasformano in dilatazioni, parcellizzazioni e reiterazioni che trasportano l'ascoltatore da stilemi jazz a frattali digital, da momenti spiritual a rincorse avant-gard.

L'inglese Alabaster DePlume

TRE ALBUM IMPERDIBILI


MAKAYA MCCRAVEN
In The Moment (2015)

Sebbene per motivi differenti, un po' tutti gli album di Makaya McCraven hanno degli aspetti interessanti, non fosse per la versatilità con cui si approccia alla composizione. La scelta è quella di puntare sull'improvvisazione, che però trova una capacità di sviluppo decisamente coerente. L'operazione di In The Moment si rafforza con il lavoro di efficace cut-up, realizzato attraverso le registrazioni di 28 performance live. Quarantotto ore di musica condensate in 19 brani, potenti anche per le idee fulminanti raccolte in tracce di meno di 3 minuti.


JAIMIE BRANCH
Fly or Die (2017)

Parlando di trasversalità, Fly or Die è l'album che semplicemente persegue la sua propria strada, mandando in fibrillazione le ritmiche, svicolando verso astrazioni, rincorrendo vecchie melodie al fischio di tromba, creando un flusso sonoro di rimandi e connessioni. Eccitante come un album hip-hop, altisonante come un inno istituzionale, la musica di Jaimie Branch è fatta per sorprendere perché arricchita di un segnale sonoro particolarmente narrativo. Un risultato ottenuto anche grazie alle passate collaborazioni con William Parker, Matana Roberts, TV on the Radio e Spoon.


ANGEL BAT DAWID
The Oracle (2019)

Per il suo debutto su International Anthem, la quarantenne Angel Bat Dawid ha deciso di fare tutto da sé, partendo dalla composizione per poi passare ai suoni, alle liriche, alla sovraincisione e al missaggio. Il risultato è un viaggio altamente immersivo, si potrebbe dire spirituale, che passa da beat mantra a voci che formano caleidoscopi. E in effetti sono proprio le sovrapposizioni di suoni a creare quell'effetto fluttuante che ci trascina fuori dall'ordinarietà degli ascolti, concedendo sia momenti di raccoglimento che dinamicità ritmica.

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