Opinioni del Sole

Alla Pa servono risorse, non un’altra riforma

di Carlo Mochi Sismondi


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(Ansa)

3' di lettura

L’occasione data dalla trentesima edizione del Forum Pa, a Roma da oggi, ci propone una riflessione sull’eterna “fabbrica di San Pietro” della riforma dell’amministrazione pubblica. Una riforma infinita il cui inizio, se non vogliamo andare indietro a Massimo Saverio Giannini, possiamo datare proprio a trent’anni fa, a quella legge 241 sulla trasparenza che il ministro Gasparri preparava nel 1989 e che vide la luce all’inizio del 1990. Da allora si sono susseguite la riforma di Sacconi con la privatizzazione del rapporto di lavoro; quella di Cassese con i codici di comportamento; quella di Bassanini con la radicale semplificazione dei procedimenti e il decentramento amministrativo; e poi di Frattini con le leggi sulla dirigenza, la comunicazione e il lavoro pubblico; di Nicolais con l’accelerazione nella digitalizzazione e la concertazione con i sindacati; di Brunetta con la legge sul ciclo delle performance e il ritorno all’organizzazione per leggi; di Madia con una lenzuolata di decreti legislativi che hanno riformato decine di aree dell’azione pubblica; infine ora di Giulia Bongiorno con le leggi di semplificazione e il disegno di legge Concretezza giunto all’ultima tappa parlamentare che ci propone lo sblocco del turnover, il nucleo della concretezza e le impronte digitali ai tornelli.

Molta carne al fuoco quindi, eppure una lettura d’insieme restituisce a noi e ai cittadini un senso d’incompiutezza e d’insoddisfazione. Cosa allora non ha funzionato?

Il primo e più grave limite di queste ondate riformatrici è condiviso da tutte le azioni dei governi che si sono succeduti: l’illusione che l’innovazione sia un problema di norme. Mentre ancora erano da applicare molte parti delle riforme precedenti, persino nei loro princìpi da tutti condivisi, si sono alluvionati prima il Parlamento e poi le amministrazioni con nuovi provvedimenti con la speranza che la quantità facesse premio sulla costanza dello sforzo per la loro effettiva attuazione. Ma l’innovazione non si fa con le norme e neanche solo con le visioni strategiche: è questione di costruzione di percorsi di cambiamento, di attenzione e accompagnamento, di cassette degli attrezzi e di formazione, di empowerment delle organizzazioni e di engagement delle persone. Una riforma fatta di norme che rinnovellano altre norme non porta all’innovazione, ma è foriera di quella paralisi da sovrabbondanza normativa che è la condizione attuale di molte amministrazioni.

Non serve una nuova riforma, centinaia e centinaia di nuovi articoli di legge, un nuovo titolo da affiancare al nome di un nuovo ministro, ma un investimento serio di risorse economiche, professionali e politiche per accompagnare il cambiamento dei comportamenti in un clima di fiducia. Ma ce lo possiamo permettere questo investimento? Per rispondere non possiamo che rifarci ai numeri che sfatano alcuni luoghi comuni.

I dipendenti pubblici sono troppi? Non è vero: attualmente la consistenza del pubblico impiego totale è poco sopra i 3,4 milioni di addetti di cui 2,947 milioni a tempo indeterminato con un calo di circa 210mila impiegati in dieci anni e un relativo risparmio di spesa per il personale di circa il 8 miliardi (meno 5%). Il confronto internazionale è chiarificatore: in Italia abbiamo circa 56 impiegati pubblici ogni 1.000 abitanti, in Francia oltre 85, nel Regno Unito 79, in Spagna 62 per non parlare dei Paesi scandinavi con i 158 impiegati pubblici ogni 1.000 abitanti della Norvegia o i 138 della Svezia.

Sono troppo vecchi? Sì, è vero. L’età media dei dipendenti della Pa aumenta inesorabilmente da tempo: dai 43,5 anni del 2001 al 50,6 anni del 2017. Inoltre, rispetto a un’età media di 50,6 anni, abbassata dalle forze armate e dell’ordine, spiccano il dato dei ministeri (54,9), quello della Presidenza del consiglio dei ministri (54,8) e quello degli enti pubblici (54,4). Nei prossimi tre anni nelle classi di età più elevate si concentrerà il maggior numero di lavoratori. Nella classe di età 65-67 anni verranno a trovarsi 273mila dipendenti, che lascerebbero il servizio in meno di tre anni, e altre 621mila unità nella classe precedente, 60-64 anni, potenzialmente impattate da Quota cento. A fronte di queste uscite il governo parla di opportunità di immissione di 450mila nuovi assunti nei prossimi tre anni. Il decreto Concretezza, ora alla seconda lettura al Senato, prevede una possibilità di assunzione pari al 100% del monte salari delle cessazioni. Tutto sta ovviamente nel definire qualifiche e inquadramenti, superando così un doppio gap di competenze: il primo dato dal numero dei laureati nella Pa che è per l’Italia uno dei più bassi d’Europa, il secondo dato dalla preponderanza delle lauree giuridiche o umanistiche rispetto a quelle Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Possiamo quindi rimanere al di sotto della media europea anche investendo risorse in nuove immissioni nella Pa e in un costante impegno alla formazione (abbiamo ora meno di 0,8 giornate di media di formazione per dipendente contro le 5 della Francia e le 7 del regno Unito).

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