i “putiniani” in parlamento

Alla ricerca dell'uomo forte: perché la politica italiana è innamorata di Putin

di Alberto Magnani

Plebiscito per Putin, eletto presidente per la quarta volta

5' di lettura

La prima a esultare per la quarta elezione di Vladimir Putin è stata Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d'Italia, celebrando la «inequivocabile volontà» uscita dalle urne dei russi. Il tweet ha suscitato diverse ironie, ma l'entusiasmo di Meloni non cade nel vuoto. Il parlamento che sta prendendo forma dopo il voto del 4 marzo è affollato di «putiniani», la nuova categoria politica che si raggruppa sotto al culto del presidente della Federazione russa. La fascinazione è diffusa soprattutto a destra, dove l'ex spia del Kgb è diventato una sorta di stella polare nella veste di uomo forte e leader nazionalista contro l'odiato «globalismo». Ma si allarga senza imbarazzi anche all'estremo opposto o in forze estranee al vecchio arco parlamentare, a cominciare dagli outsider per eccellenza: i Cinque stelle.

Il potenziale premier Matteo Salvini si era augurato alla vigilia del voto «la rielezione democratica» di Putin, mentre la Lega ha siglato un accordo di cooperazione con il suo partito Russia Unita. Silvio Berlusconi è volato lo scorso novembre a Mosca per festeggiare il 65esimo compleanno «dell'amico Vladimir», a quanto pare rimasto tale anche dopo gli anni del governo e delle intese commerciali. Manlio di Stefano, responsabile degli esteri del Movimento

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cinque stelle, si è schierato contro le sanzioni alla Russia («partner strategico dell'Unione europea»), oltre a doversi confrontare con le varie ipotesi di una pista russa dietro la propaganda elettorale della prima forza politica italiana. Non è chiaro quanto Putin ricambi l'amore dei suoi fan italiani, visto che fonti vicine al Cremlino hanno lasciato trapelare la «preoccupazione» di Mosca dopo l'exploit elettorale di Lega e Cinque stelle. Eppure un governo delle due forze anti-establishment spingerebbe, almeno a parole, su un avvicinamento ulteriore allo Zar e alla sua linea geopolitica.

Putin, «l'effetto Bonaparte» e le sue contraddizioni
In genere, la sintonia con Mosca viene giustificata in un'ottica di real politik: non si può rinunciare ai rapporti con la Russia e all'interscambio che ne deriva, oltre quota 17 miliardi di euro nel 2016 nonostante gli strascichi di crisi e sanzioni. Senza dimenticare che nella Federazione lavorano 400 imprese italiane, con più di 40mila dipendenti e un fatturato complessivo di 4 miliardi di euro. «Sì, peccato che ad appigliarsi a questi presupposti economici siano le stesse forze che poi spingono per il protezionismo economico e la chiusura» fa notare Francesco Strazzari, professore di Relazioni internazionali alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa. La fascinazione per Putin dipende, in parte, dalla visione «bonapartista» di un leader che offre due requisiti accattivanti in tempo di instabilità: reazione e statalismo. Tradotto, posizioni conservatrici sui diritti civili e ripristino della «centralità dello Stato» nella politica economica. Una combinazione che riesce ad attirare consensi soprattutto fra le file degli (ex) populisti, anche italiani. «Putin viene avvertito come un elemento di stabilità, un difensore del cosiddetto sovranismo in economia e della tradizione sui diritti civili - spiega Strazzari - E questa porta al paradosso di tutte le forze anti-bolsceviche che lo hanno eletto a proprio punto di riferimento».

Il carisma dell'uomo forte espone, però, a qualche contraddizione. Oltre all'incompatibilità teorica fra protezionismo e difesa della Russia come partner estero, ci sono conseguenze pratiche che sembrano sfuggire alla dialettica dei putiniani del nostro paese. «L'allineamento tra Putin e Erdogan è il più clamoroso, ma non l'unico esempio - spiega Strazzari - Ma c'è qualcuno che ha mai chiesto a Di Maio e Salvini cosa pensano di quello che sta succedendo in Libia? I politici italiani accusano Macron e vanno a Mosca senza tenere conto di queste contraddizioni». L'entusiasmo generale per il leader del Cremlino è agevolato anche dai social, diventati l'unico canale di proselitismo in grado di reggere il confronto con la televisione. È facile fare incetta di like diffondendo una foto o una slogan genericamente favorevole a Putin. Meno diffondere analisi ragionate sulle conseguenze della propria intesa, quale che sia. A fine novembre Matteo Salvini ha pubblicato un post di sé, intento a stringere la mano a Putin, spiegando che Renzi «non vale neanche un mignolo del presidente russo». Ha ottenuto 288 condivisioni e 1.288 «mi piace» solo su Twitter, per salire a 22mila like su Facebook.

«Putin come Trump. Ma gli interessi con la Russia riguardano tutti»
D'altronde il gioco del paragone fra la forza di Putin e la debolezza della politica interna è sposato anche da un modello europeo di populismo come il Front National di Marine Le Pen. A poche ore dal voto, il partito post fascista si era già congratulato per il successo di Putin, testimonianza della «volontà del popolo russo» di continuare sulla via delle sue riforme. Ma può anche essere riduttivo confinare l’attrazione per Putin alle inclinazioni delle forze extraparlamentari, come un’esclusiva della destra radicale. Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss-Guido Carli e consigliere scientifico di Limes, fa notare che al Valdai (un think tank promosso dal governo russo) «sono associati ben tre ex Presidenti del Consiglio: uno è Silvio Berlusconi, gli altri due sono Romano Prodi e Massimo D'Alema - dice - Si guarda alla Russia come partner economico ma anche come interlocutore politico di una certa importanza su una serie di dossier delicati. E Putin in questo momento è la Russia».

Se l’interesse a tenere in vita i rapporti commerciali e diplomatici è fuori discussione, lo stesso non può dirsi della figura di Putin a sé. Dottori rispolvera il paragone con Donald Trump, intravedendo un filo conduttore fra i due in una delle parole chiave dei rispettivi repertori propagandistici: sovranità. «Il leader russo è divisivo, polarizza gli schieramenti, esattamente come Trump, il cui stile comunicativo è però più distante dalla nostra mentalità - spiega - Si tratta peraltro di due facce dello stesso progetto, che mira a restituire sovranità agli Stati, sottraendola ai poteri trasversali che si sono affermati in questi anni, influentissimi ma privi di vere responsabilità politiche». Dottori aggiunge che «tutti coloro che sono insoddisfatti di questo status quo guardano con una certa speranza a queste due personalità». Un’allusione a Lega e Cinque stelle? Sì, ma con sfumature diverse. Entrambe le forze guardano con interesse a Mosca, anche se la storia di provenienza è diversa. E, magari, presenterà il conto in vista di un governo che deve ancora nascere: «Mentre la Lega è fondamentalmente trumpiana e apre a Putin senza voltare le spalle all'America e ad Israele, i grillini hanno una storia differente, tendenzialmente globalista - spiega - Luigi Di Maio non è andato a Mosca, durante la scorsa campagna elettorale, ma a Washington e Londra. E nella City ha incontrato l'alta finanza».

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