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Alla riscoperta de «Le Willis» di Giacomo Puccini

Per la prima volta in Italia dopo il debutto milanese del 1884

di Francesco Ermini Polacci

2' di lettura

Le Willis s'intitolava, all'inizio, l'opera d'esordio del ventiseienne Giacomo Puccini, scritta per partecipare ad un concorso indetto dall'editore Sonzogno ma lì neppure presa in considerazione; poi però presentata, nel 1884, al Dal Verme di Milano con clamoroso successo, e italianizzata con il titolo Le Villi, su input di Giulio Ricordi. Il quale non ci pensò due volte a mettere sotto contratto Puccini, il vero erede del già anziano Verdi.

Definita «Leggenda» in quella sua prima versione, a sottolineare l'ispirazione che il librettista scapigliato Ferdinando Fontana aveva tratto da antiche saghe germaniche (le villi sono anime di fanciulle morte per tradimento, che si vendicano facendo danzare i fedifraghi fino a farli morire), venne portata da un atto a due su richiesta dello stesso Ricordi; e Puccini, per accontentarlo ulteriormente e in previsione della prima alla Scala del 1885, aggiunse brani solistici per i due protagonisti, fra i quali anche la nota romanza del tenore “Torna ai felici dì”.

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Ma di quella prima versione fin da subito si persero le tracce: della partitura smembrata, in parte alla Morgan Library and Museum di New York e in parte presso l'Archivio Ricordi, il musicologo Martin Deasy ha però realizzato, fra il 2019 e il 2020, un'edizione critica pubblicata proprio da Ricordi.

Le Willis per la prima volta in Italia

Quest'edizione ha permesso la realizzazione di un'incisione discografica (cd Opera Rara) e, in questi primi giorni di giugno, la rappresentazione de Le Willis in uno spettacolo dal vivo, per la prima volta in Italia dopo il debutto milanese del 1884: prima all'Auditorium Paganini di Parma, titolo inaugurale del Festival Toscanini, e poi al Teatro del Giglio di Lucca, la città natale di Puccini. Importante doppia occasione per conoscere Le Willis, che in questa loro prima, rarissima versione, rivelano non solo il talento di Puccini nella raffinata scrittura orchestrale, nello sfaccettato e continuo respiro sinfonico, ma pure un già evidente senso del teatro, essenziale, incalzante, incisivo.

Lo spettacolo al Giglio di Lucca

A Lucca, la scelta artistica di collocare gli interpreti tutti sul palcoscenico ha dovuto fare i conti con gli spazi ristretti del Giglio: inevitabili il senso di affollamento e qualche impaccio nei movimenti scenici. Non di vero e proprio spettacolo peraltro si è trattato, dal momento che Filippo Ferraresi realizza una forma meno che semiscenica, fatta di pochi mezzi e di poche, criptiche idee, più decorative che altro: volteggia incessantemente su se stessa, come un derviscio rotante, la pur brava Silvia Layla; sfilano donne-villi, vestite con gli abiti di un'odierna quotidianità, portando in scena immagini dipinte di sante e martiri, cartelli che compongono parole palindrome. Forse il simbolo delle donne di oggi vittime di tradimento, come lo è Anna, la protagonista, tradita dal suo Roberto. Per fortuna c'è una parte musicale resa a meraviglia da Omer Meir Wellber, con la sua direzione serrata e vigorosa, che coinvolge con risultati ottimi la Filarmonica Toscanini e le voci della Camerata Musicale di Parma. Selene Zanetti è un'Anna dalla vocalità intensa, interprete partecipe senza essere mielosa; Kang Wang tratteggia Roberto con sicurezza, conquistando man mano anche slancio, e Vladir Stoyanov dà a Guglielmo Gulf un'autorevolezza nutrita di mestiere. E alla fine, il pubblico del Giglio saluta con entusiasmo queste Willis che meritavano di essere riscoperte.

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