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Alla scoperta di Bong Joon-ho, regista dello straordinario «Parasite»

di Andrea Chimento


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4' di lettura

Salito agli onori della cronaca per la vittoria della Palma d'oro al Festival di Cannes, il regista sudcoreano Bong Joon-ho era già un autore di grande rilievo prima della lavorazione di «Parasite».
Nato a Daegu nel 1969, Bong Joon-ho ha esordito nel 2000 con la commedia «Barking Dogs Never Bite», opera prima discreta ma non memorabile, cui ha fatto seguito il bellissimo poliziesco «Memories of Murder» (2003), che ha segnato l'inizio della collaborazione con il suo attore feticcio Song Kang-ho.

Bong Joon-ho, il regista coreano che ha conquistato Cannes

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Con questo secondo lungometraggio, ispirato alla storia vera di un serial killer attivo tra il 1986 e il 1991, si delinea lo stile di questo autore, capace di unire una messinscena di grande potenza formale a un'eleganza visiva e sonora di rara raffinatezza. Malinconico e profondo, il film si chiude con uno sguardo in macchina indimenticabile, che rimane tra le inquadrature più suggestive di tutto il cinema del regista.
Tre anni dopo, con il sorprendente monster-movie «The Host», Bong Joon-ho ha dato vita a una pellicola capace di mescolare grottesco e fantascienza, con un'ironia che sarà chiave anche in «Parasite», film con cui «The Host» ha più di uno spunto in comune: come in questo caso, infatti, al centro della storia c'era una famiglia ed era molto presente un ragionamento politico proposto in quella chiave metaforica che spesso l'autore ha toccato nella sua carriera.
Il 2009 è l'anno di un'altra pellicola memorabile come «Madre», film con protagonista un ragazzo disturbato con evidenti problemi mentali. Quando viene accusato di un omicidio, sua madre indagherà in prima persona per scoprire la verità. Si tratta di un'opera inquietante e commovente allo stesso tempo, con cui l'autore scava nella psicologia del personaggio femminile in maniera mirabile, aiutato anche dalla grande prova d'attrice di Kim Hye-ja.
La fama e il talento crescente portano poi il regista ad affrontare il suo esordio in lingua inglese con «Snowpiercer» nel 2013, potente allegoria sociale tratta da una serie a fumetti francese, «Le Transperceneige», di fantascienza post-apocalittica. La Terra sta vivendo una nuova Era Glaciale e coloro che in apparenza sembrano gli unici superstiti viaggiano a bordo di un treno strutturato come una piramide sociale: i più poveri stipati nelle ultime carrozze, i più ricchi nei lussuosi vagoni di testa.

Un po' meno riuscita è la favola ecologista «Okja» (2017), prodotta da Netflix e forte di un cast stellare, composto da attori come Paul Dano, Tilda Swinton e Jake Gyllenhaal. Al centro c'è una nuova specie animale, creata per soddisfare il fabbisogno alimentare dell'intera popolazione mondiale, ma la multinazionale a comando dell'operazione non ha tenuto conto dell'affetto che gli allevatori potrebbero nutrire per quegli stessi animali.
Ora, con il suo ritorno in Corea del Sud, Bong Joon-ho ha firmato con «Parasite» il suo capolavoro, una commedia nera sulla crisi economica, capace di unire generi diversi e di toccare corde profondissime: applaudito da pubblico e critica del Festival di Cannes, il film ha anche conquistato la giuria capitanata da Alejandro González Iñárritu che l'ha premiato con il riconoscimento principale della manifestazione.
È la prima volta che il cinema della Corea del Sud vince l'ambitissima Palma d'oro ed era davvero l'ora, dato che l'industria sudcoreana ha prodotto nel nuovo millennio numerosi capolavori di tanti autori molto rilevanti: da Kim Ki-duk (con pellicole come «Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera» o «Ferro 3») a Park Chan-wook (il regista di «Old Boy»), passando per Lee Chang-dong (che l'anno scorso a Cannes aveva presentato il bellissimo «Burning»), sono davvero tanti i registi fondamentali per la contemporaneità, nati da quelle parti. E tra loro, a Bong Joon-ho, spetta un posto in prima fila.
In «Parasite», protagonista è una famiglia che abita in un seminterrato, lottando ogni giorno per poter mangiare e sopravvivere. Una possibile svolta arriva quando il figlio maggiore potrebbe essere assunto per aiutare una ragazza più giovane a studiare: lei fa parte di una famiglia molto agiata e lui cercherà il modo migliore per approfittarne.
Non va aggiunto altro a una trama in cui i colpi di scena si susseguono, sorprendendo la platea fino alla fine.
L'incredibile esperienza che il film fa nascere nello spettatore lo porta sia a ridere, sia a provare tensione, sia a sentire una profonda malinconia a seconda dei momenti di un lungometraggio davvero unico e originale, che unisce una maestria tecnica notevolissima a riflessioni socio-politiche di grande pregnanza.
Ci sono riferimenti sia agli Stati Uniti che alla Corea del Nord in questo potente lavoro che trova il suo apice in una conclusione semplicemente indimenticabile e c'è anche un pizzico d'Italia per la presenza di «In ginocchio da te» di Gianni Morandi nella colonna sonora, in una sequenza tutta da scoprire.
La speranza è quella di poter (ri)vedere «Parasite» il prima possibile nelle nostre sale, ma intanto c'è davvero da esultare per la sua vittoria sulla Croisette.
Grazie a questo premio, il film potrebbe avere una diffusione ancora maggiore, facendo scoprire a molti l'importanza di un autore fondamentale per il cinema contemporaneo.
Ma, attenzione, non bisogna fermarsi a «Parasite»: tutto il cinema di Bong Joon-ho è un'esperienza unica e da recuperare.

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