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Alla scoperta dei buchi neri: chi sono i tre fisici che hanno vinto il Nobel

Premiati ancora studiosi di astrofisica, dopo gli esopianeti del 2019: divisi tra Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, ma con un obiettivo unico

di Leopoldo Benacchio

Onde gravitazionali svelano nascita nuovi buchi neri

3' di lettura

Anche i premi Nobel quest'anno risentono del problema pandemia, quindi niente cerimonia ma annuncio online. Non per questo la loro aggiudicazione è meno importante e quelli per la Fisica, proclamati oggi, hanno riservato qualche sorpresa: vincono i buchi neri alla grande. Meritatissimi i premi, sia detto subito, ma visto che lo scorso anno i vincitori sono stati altri astrofisici per lo studio dei pianeti esterni al sistema solare, gli esopianeti, si pensava a una certa alternanza, come tradizione, con la fisica nucleare o con la fisica dello stato solido.

Invece hanno spopolato alla grande i buchi neri con il premio a una terna di scienziati ben noti: Roger Penrose, Reinhard Genzel e Andrea Ghez, due uomini e una donna, la più giovane, i primi due europei, Gran Bretagna e Germania rispettivamente e la terza Stati Uniti, California. Si divideranno il premio complessivo di 10 milioni di corone svedesi, circa 9.6 milioni di euro.

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Il presidente del Comitato per il premio per la fisica, David Havilland, ha detto che il premio di quest'anno «celebra uno degli oggetti più esotici dell'Universo».

I tre Nobel per la Fisica: Roger Penrose, Reinhard Genzel e Andrea Ghez

Roger Penrose, classe 1931, è inglese, noto al grande pubblico per vari libri divulgativi di successo, grande amante dei numeri e dei giochi matematici e autore di una ardita, quanto criticata, teoria della importanza delle vibrazioni quantistiche dei neuroni cerebrali. A parte questo il premio gli è stato dato per i lavori fondamentali sulla relatività, che risalgono al 1966-67. «In pratica il suo contributo è stato decisivo per chiudere allora, una discussione molto vivace su cosa succedesse mai all'interno dei buchi neri», sostiene Alvio Renzini, astrofisico italiano, uno degli scienziati italiani più citati al mondo secondo tutte le classifiche di questo campo.

Penrose, che nella sua lunga carriera - oggi ha quasi 90 anni - ha dato altri contributi importanti, ha però in primis dimostrato come, man mano che il buco nero ingurgita, letteralmente, materia la sua densità al centro diventa infinita. Una situazione che, pudicamente, i fisici chiamano “singolarità”.

Reinhard Genzel e Andrea Ghez hanno invece fatto un “lavoraccio” di grande precisione, soprattutto il primo, per misurare le orbite delle stelle, tante proprio tante, attorno ai nuclei delle galassie e, da questo studio, è stato possibile capire due cose importanti: la prima che «solo un buco nero può produrre quelle orbite, nessun altro oggetto celeste ce la può fare», spiega Renzini che lavora da anni su altre tematiche importanti con Genzel, e in più deve essere in rotazione, come ne caso della ben nota galassia Sagittario A, studiata soprattutto dalla Ghez.

«Certo, come direttore dell'importante Max Planck Institute di Monaco di Baviera, Genzel ha avuto studenti e facilitazioni, ma il premio è veramente meritato anche perché lui ha portato nell'ambiente la consapevolezza che la strumentazione dei telescopi deve essere pensata per il problema scientifico che si vuole affrontare, e il suo Istituto ne ha costruiti già quattro con questa idea in mente e il quinto è in arrivo», conclude Renzini.

“Fisica pura”, come dicevano i nostri nonni, ma certamente importante e utile, chi ha in tasca uno smartphone mentre legge utilizza, forse senza saperlo, la teoria della relatività per determinare la posizione del telefono: senza quella i programmi ci porterebbero nel fosso invece che al ristorante.


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