Scenari

Alla Spd manca il pragmatismo di Schröder

di Valerio Castronovo

4' di lettura

C’era stato un lungo periodo di tempo, dal settembre 1998, in cui la socialdemocrazia tedesca era tornata in auge. Malgrado la Spd non avesse più la stessa consistenza e autorevolezza dell’epoca di Willy Brandt e di Helmut Schmidt, Gerhard Schröder era riuscito a riportarla, dopo sedici anni, al timone del governo federale. È vero che non lo si poteva definire un autentico leader e che il suo noviziato politico era avvenuto fuori della sinistra tradizionale, avendo esordito tra le file dei “sessantottini” e continuato ad annoverare fra i suoi sodali, alcuni vecchi compagni di barricate, fra cui il futuro alfiere dei Verdi Joschka Fischer. Tanto che passava per una sorta di “eterno secondo” nel suo partito rispetto a un’eminenza grigia come Oskar Lafontaine. Tuttavia Schröder vantava, oltre a eccellenti capacità comunicative, una disponibilità alla mediazione tale da renderlo ben accetto all’opinione pubblica e da rassicurare i ceti medi.

Questo suo duttile pragmatismo, che lo portò a presentarsi come il fautore di un “Nuovo Centro”, gli aveva aperto la strada verso il cancellierato, essendo giunto inaspettatamente ad avere la meglio su Helmut Kohl, il protagonista della riunificazione tedesca. La Germania si trovava allora alle prese con quattro milioni e mezzo di disoccupati, e uno degli slogan di Schröder, in cui si diceva che l’euro andava considerato «un nascituro prematuro e cagionevole», gli aveva accattivato il consenso di tanti connazionali che rimpiangevano la rinuncia al marco, considerato simbolo della rinascita tedesca post-bellica.

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Da quel momento erano cresciute anche nella galassia della sinistra riformista europea le quotazioni del leader della Spd. Da un lato, perché condivideva, con Tony Blair, l’esigenza di una revisione del vecchio “marchio di fabbrica”, in modo da coniugare «il dinamismo economico e la giustizia sociale» e da favorire «la libera espansione della creatività e dell’innovazione». Dall’altro, perché conveniva, con Lionel Jospin, sulla necessità di non lasciare le briglie sciolte al mercato, poiché non garantiva di per sé una crescita durevole dell’economia né lo sviluppo di un sistema socialmente equo. Non si sarebbe dovuto perciò rinunciare a un’azione regolatrice dello Stato.

Schröder si era così indotto a convocare nel maggio 2000 un’assise, al castello di Charlottenburg, in cui quattordici esponenti di matrice socialista e progressista avevano sottoscritto un programma inteso a conciliare le dinamiche di un’economia di mercato ravvivata dalle nuove tecnologie con le esigenze della coesione sociale e i principi dell’interesse collettivo.

Dovendo comunque dar prova innanzitutto di rimettere in salute il proprio Paese, Schröder non aveva esitato nel 2003 a prendersi altri due anni di tempo per allineare il bilancio federale ai parametri del Patto di stabilità (senza peraltro incorrere in un procedimento d’infrazione) e tagliato intanto parte delle spese per l’assistenza sanitaria. Inoltre aveva incaricato Peter Hartz (un manager della Volkswagen) di elaborare un nuovo codice in materia di relazioni industriali, basato non più esclusivamente, nelle grandi imprese,sul contratto collettivo ma su contratti a livello aziendale. E, per assorbire la disoccupazione, il suo governo era ricorso a forme di “collocamento rapido” mediante contratti atipici e interinali.

Benché tacciato di essere “compagno dei padroni” e contestato nei Länder orientali, Schröder s’era limitato, dopo che la Spd aveva subìto nel maggio 2005 una sconfitta nella Renania settentrionale-Vestfalia, a introdurre alcuni ritocchi al suo programma. Ma intanto Lafontaine aveva diviso la sinistra con un nuovo partito, la Linke; e nemmeno l’annuncio di Schröder che avrebbe varato una tassa addizionale del 3% sui redditi annui superiori a 250mila euro, evitò che la Spd venisse sorpassata, seppur di stretta misura, dal cartello Cdu-Csu nelle elezioni del settembre 2005. Il leader socialdemocratico aveva perciò preferito abbandonare la politica attiva anziché partecipare alla grosse koalition, guidata da Angela Merkel, che del resto, due anni dopo, avrebbe cambiato cavallo dando vita con il Partito liberale a un governo di centro-destra.

Di fatto Schröder, avendo adottato alcune misure coraggiose ma impopolari nel suo elettorato (come la “flessibilità contrattata” del salario in sintonia con i livelli di produttività), aveva finito per togliere le castagne dal fuoco ad “Angie”. Tanto che solo nel novembre 2013 la Spd tornò in corsa. Ma, sebbene il nuovo leader Sigmar Gabriel affermasse che intendeva imprimere una netta impronta a un nuovo esecutivo con la Merkel, la base del suo partito era rimasta critica. Eppure i socialdemocratici avevano ottenuto sei dicasteri (fra cui quelli dell’Economia, della Giustizia e degli Esteri).

Tuttavia il nuovo governo, se aveva stabilito il principio di un “salario minimo”, aveva continuato per il resto a professare una politica di rigida austerità, e la Spd s’era così ridotta a fare da spalla all’inossidabile regia della Merkel e di Wolfgang Schäuble. D’altronde, benché le critiche alla Cancelliera per la sua politica di accoglienza degli immigrati extracomunitari e il sanguinoso attentato ordito dall’Isis a Berlino (il 23 dicembre 2016) ne abbiano incrinato la popolarità, ad avvantaggiarsene finora è stata la destra nazionalista di Alternative für Deutschland. Appare perciò impervio il compito affidato dalla Spd, dopo il ritiro di Gabriel, all’ex presidente dell’Europarlamento Martin Schulz di risalire la china nelle elezioni del 24 settembre.

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