ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’indagine sugli ospedali

Allarme anziani parcheggiati in corsia: ogni anno 2 milioni di giorni di ricovero inutili

Le degenze durano anche una settimana in più del necessario e costano al Servizio sanitario nazionale 1,5 miliardi

di Marzio Bartoloni

(ML Antonelli / AGF)

3' di lettura

Ogni giorno si consuma un dramma nelle corsie degli ospedali italiani dove migliaia di anziani restano letteralmente parcheggiati anche una settimana più del necessario con sofferenze evitabili perché non esistono alternative valide dove mandarli dopo il ricovero: dal familiare che può accudirli alle strutture sul territorio o le cure a casa quasi totalmente mancanti fino alle Rsa con rette troppo costose. E così ogni anno si contano almeno 2 milioni di giorni di degenza impropri che tra l’altro costano al Servizio sanitario 1,5 miliardi che potevano essere spesi per altre cure.

L’indagine sugli ospedali: tempi lunghi per le dimissioni

A mettere in luce i numeri di un fenomeno drammatico di cui si parla troppo poco è una indagine della Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri che gestiscono i reparti di medicina interna dove spesso sono ricoverati gli anziani. La survey condotta in 98 strutture indica che dalla data di dimissioni indicata dal medico a quella effettiva di uscita passa oltre una settimana nel 26,5% dei casi, da 5 a 7 giorni nel 39,8% dei pazienti, mentre un altro 28,6% sosta dai due ai quattro giorni più del dovuto. Il motivo? Il 75,5% dei pazienti anziani rimane impropriamente in ospedale perché non ha nessun familiare o badante in grado di assisterli in casa, mentre per il 49% non c'è possibilità di entrare in una Rsa anche perché hanno spesso costi insostenibili con rette mensili che si aggirano anche sui 2mila euro. Il 64,3% protrae il ricovero oltre il necessario perché non ci sono strutture sanitarie intermedie nel territorio mentre il 22,4% ha difficoltà ad attivare l'Adi, l’assistenza domiciliare integrata.

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L’idenitkit degli anziani “parcheggiati” in corsia

Ma chi sono questi anziani che restano troppi giorni in ospedale tra sofferenze personali intasando anche i reparti che dopo anni di tagli alla Sanità hanno i letti sempre più contati?Partiamo dall'età dei ricoverati. Secondo l’indagine della Fadoi n ei reparti di Medicina Interna - ma il discorso non cambia di molto anche negli altri - gli over 70 sono oltre la metà nell'87,8% delle strutture. Molti anche gli ultraottantenni, che sono oltre la metà nel 17,3% delle strutture, tra il 40 e il 50% nel 20,4% dei casi, tra il 30 e 40% nel 24,5% dei reparti. Non si pensi però alle medicine interne come a dei parcheggi per anziani. Quelli che vengono ricoverati sono infatti pazienti complessi, che nell'80,6% dei casi richiedono comunque oltre sette giorni di degenza per essere adeguatamente trattati, tanto da necessitare di un’alta intensità di cura (quindi prestazioni complesse) nel 28,6% dei casi, media per il 69,4%.

Che succede dopo l’uscita dall’ospedale

Secondo la survey di Fadoi una volta dimessi il 24,5% dei pazienti ultrasettantenni va direttamente a casa, il 41,8% avendo però almeno attivato l'assistenza domiciliare. Il 15,3% finisce in una Rsa, il 18,4% in una struttura intermedia.«Quello che rileva l'indagine è quanto purtroppo tocchiamo con mano quotidianamente, ossia la necessità di farsi carico di problematiche sociali che finiscono per pesare indebitamente sugli ospedali e sui reparti di medicina interna in particolare», spiega Francesco Dentali, nuovo Presidente della Fadoi. «È un quadro che dovrebbe far riflettere sul nostro sistema di assistenza sociale, che secondo l'Osservatorio del Cnel per i servizi impiega appena lo 0,42% del Pil, mentre in base ai dati Inps oltre 25 miliardi vengono erogati sotto forma di assegni, come quelli di accompagnamento o di invalidità. Questo - conclude Dentali - senza considerare i 3,4 miliardi erogati direttamente dai Comuni. Un sistema inverso a quello adottato da molti Paesi, soprattutto del Nord Europa, dove l'ottimizzazione delle risorse disponibili passa per un maggiore investimento nei servizi di assistenza alla persona».

La carenza dei servizi sanitari sul territorio

C’è poi la questione della quasi totale assenza della Sanità sul territorio, quella fuori dagli ospedali « perché parliamo - insiste Dentali - pur sempre di pazienti che al momento del ricovero nei nostri reparti necessitano di una media o alta intensità di cura». A questo proposito dovrebbe intervenire il nuovo Dm 77 sulla riforma delle cure primarie, che queste strutture intermedie le individua negli ospedali di comunità, luoghi dove dovrebbero essere assistiti quei pazienti che non necessitano più del ricovero ordinario ma che nemmeno possono essere assistiti in casa. Ma per il presidente uscente di Fadoi, Dario Manfellotto, «le ricette come le Case della Comunità e gli ospedali di Comunità sono vecchie. Sono modelli che abbiamo già definito e sperimentato ma che spesso non funzionano e lo abbiamo visto per esempio col Covid. Erano presenti da anni anche in alcuni piani sanitari regionali, come quello del Lazio ad esempio. E non mi sembra che lì dove erano presenti le Case della salute vi sia stata una maggiore capacità di fronteggiare per esempio la pandemia. Rafforzare il territorio non vuol dire disseminare l'Italia di altre strutture burocratiche». Per Manfellotto si deve soprattutto «mirare a mettere insieme le forze già in campo, che sono molte ma senza una regia».

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