Effetto pandemia

Allarme del Centergross: tra le vittime del Covid-19 le aziende del fast fashion

L'epidemia mette a rischio anche 12mila posti di lavoro diretto e nell'indotto del più grandehub europeo

Ilaria Vesentini

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L'epidemia mette a rischio anche 12mila posti di lavoro diretto e nell'indotto del più grandehub europeo


3' di lettura

Sostegno al vero made in Italy e all'e-commerce, eliminazione di Iva e contributi allo Stato, sconti sui capi e avvio immediato di un tavolo tra Governo e associazioni di categoria per mettere a punto il prossimo decreto “Salva Italia” e salvaguardare il settore moda: sono alcune delle proposte che arrivano dal Centergross di Bologna, il più importante polo italiano del fast fashion, paralizzato dal Coronavirus.

Lo stop totale del più grande hub europeo
In rappresentanza delle oltre 400 aziende del fashion che ospita – nomi come i gruppi Teddy, Imperial, Kaos e i marchi Kontatto e Susy Mix – il più grande distretto europeo della moda, lancia un grido di allarme: dopo due settimane di chiusura forzata per l'esplosione dell'emergenza Covid-19 e le due precedenti al ralenti per le saracinesche abbassate nei negozi, la cittadella emiliana rischia il tracollo e con lei la gran parte dei brand che danno lavoro a 6mila lavoratori diretti, senza contare le filiere. «Vengo da una lunga esperienza imprenditoriale che mi ha insegnato ad affrontare i problemi quando emergono e adesso con lo stesso pragmatismo dico che dico che bisogna dar voce anche al sistema imprenditoriale e non solo alla comunità medico- scientifica perché ora ci sono i morti da virus ma presto avremo morti economici», sottolinea Piero Scandellari, presidente di Centergross.

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Distretto volàno internazionale delle Pmi del made in Italy
La cittadella sviluppata oggi su 1 milione di mq nella pianura a nord della città (a Funo di Argelato) ha 43 anni di attività le spalle, è un hub privato che non ha mai vissuto di contributi pubblici e svolge un ruolo fondamentale di volàno per l'internazionalizzazione delle aziende che ospita, per i due terzi concentrate nel settore del fashion (sono 600 le società complessivamente attive al Centergross).

«Il nostro centro dà lavoro non solo ai 6mila addetti diretti ma ad altrettanti nell'indotto – rimarca il presidente – ma oggi chi produce abbigliamento, calzature, accessori ha le attività a zero, eppure nessuno ne parla. Fanno notizia i brand globali che si mettono a cucire mascherine, ma il vero made in Italy è qui, nel nostro sistema di piccole e medie realtà che fanno pronto moda e necessariamente utilizzano solo filiere italiane perché escono settimanalmente con nuove collezioni. Assieme fatturano ogni anno 5 miliardi di euro di fatturato ma singolarmente hanno le spalle piccole e rischiano di non uscire vive da questo stop produttivo, se sarà prolungato con il prossimo decreto. E con loro rischiano di chiudere definitivamente anche gli artigiani a monte e i commercianti a valle».

Le proposte degli imprenditori
Piccoli e grandi marchi del distretto chiedono innanzitutto liquidità immediata e proroghe su pagamenti e tasse da versare. «Dobbiamo avviare un percorso con le associazioni di categoria e con il Governo per definire assieme il prossimo decreto “Salva Italia” e tenere stretto il filo diretto costruito con la Regione Emilia-Romagna, visto che molti temi sul commercio saranno di competenza regionale» interviene Emma Tadei, dg di Rinascimento, brand del gruppo Teddy (quasi 2.900 addetti per un fatturato consolidato di 644 milioni di euro nel 2018).

«Intanto una soluzione potrebbe essere l'eliminazione dell'Iva e dei contributi da versare allo Stato, mentre le aziende, a loro volta, potrebbero effettuare degli sconti sui capi. L'importante è far ripartire la filiera e snellire i costi. La moda made in Italy è un valore aggiunto che l'Italia non può perdere», incalza Federico Ballandi, titolare di Kontatto, 60 dipendenti e un fatturato di 23 milioni lo scorso anno.
Gianluca Santolini alla guida di Susy Mix (50 lavoratori e 32 milioni di fatturato) chiede allo Stato di sostenere gli investimenti nel digitale, «perché ora più che mai dobbiamo affidarci agli strumenti che la tecnologia ci offre, l'e-commerce innanzi tutto, per recuperare in futuro il terreno che stiamo perdendo oggi». Servon o finanziamenti per supportare l'intera filiera produttiva made in Italy, dagli artigiani ai dettaglianti, perché nessuno potrà recuperare il valore dei capi invenduti, conclude Marco Calzolari, titolare del gruppo Kaos (50milioni di euro di fatturato e 91 addetti, e ricorda che «la deperibilità dei nostri prodotti è pari a quella del settore food: sono stagionali, vivono del momento».

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