IL Rapporto onu

Allarme clima, mangiare meno carne per salvare il pianeta

Il riscaldamento globale si combatte anche cambiando dieta: meno carni rosse, più verdura e frutta fresca. Il sistema alimentare globale contribuisce infatti per il 30% alle emissioni globali, sottolinea un nuovo studio dell’IPCC, e lo sfuttamento intensivo di terre coltivabili è un lusso che non possiamo più permetterci

di Enrico Marro


Clima, l'uomo reponsabile delle ondate di caldo record in Europa

3' di lettura

Tutti vegani - o almeno vegetariani - per salvare il pianeta? E' quanto suggerisce senza mezzi termini il rapporto “Cambiamento climatico e territorio” , diffuso oggi dal comitato scientifico dell’Onu sul clima (l’Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC). Basterebbe cambiare dieta in senso vegetariano o vegano, spiega il report, per inquinare di meno: «l’adozione di diete sane e sostenibili, come quelle a base di cereali, legumi, noci e semi, offre grandi opportunità per ridurre i gas serra”, si legge nello studio.

Oggi l’uomo sfrutta il 72% delle terre emerse per nutrire una popolazione in costante aumento: gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change stimano che un deciso cambiamento delle nostre diete potrebbe liberare milioni di chilometri quadrati dallo sfruttamento intensivo, riducendo le emissioni di CO2 fino a sei miliardi di tonnellate l’anno rispetto ai livelli attuali.

Il legame tra alimentazione e cambiamento climatico è molto più stretto di quanto si creda. Pensiamo per esempio al fatto che, come ricorda il report dell’IPCC, da soli bovini e risaie sono responsabili della metà delle emissioni globali di metano, uno dei gas serra più micidiali. Lo sfruttamento intensivo dei terreni agricoli, che ha permesso alla popolazione mondiale di quadruplicare da 1,9 miliardi a 7,7 miliardi in appena un secolo, ha infatti contribuito all’erosione e all’impoverimento del suolo oltre che alla deforestazione.

Il sistema alimentare globale, che include tutte le emissioni generate lungo l’intera filiera dalla produzione fino al consumo, contribuisce infatti per circa il 25-30% delle emissioni antropogeniche di gas serra. Dal 1960 il consumo di calorie pro capite è aumentato di circa un terzo, mentre il consumo di carne è raddoppiato. L’uso di fertilizzanti chimici è cresciuto di nove volte e le aree naturali convertite in agricoltura sono pario a 5,3 milioni di chilometri quadrati, corrispondenti a poco meno della superficie di tutta l’Europa continentale

Lo sfruttamento intensivo di terre coltivabili che il riscaldamento renderà sempre più ridotte in estensione è un lusso che oggi non possiamo più permetterci, sottolinea il documento dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, soprattutto dopo un luglio che ha visto le temperature globali innalzarsi di circa 1,2 gradi rispetto ai livelli preindustriali (attenzione, ricorda l’IPCC, perché oltre gli 1,5 gradi potrebbero scattare destabilizzazioni climatiche molto più serie), con ondate di calore che hanno investito l’Europa fino a tre gradi superiori alla media proprio per l’effetto del climate change.

L’intero approccio del pianeta Terra alla produzione e al consumo di cibo va cambiato in fretta, sottolinea il documento, perché al punto (pericoloso) in cui siamo arrivati le emissioni non si tagliano solo con le leve dell'energia e dei trasporti.

Per limitare l’innalzamento della temperatura globale è quindi necessario un cambiamento diffuso delle abitudini alimentari verso diete a basse emissioni di carbonio, che prevedono un consumo maggiore di vegetali e frutta, e una sostanziale riduzione di consumi di carni rosse. Queste diete hanno anche notevoli vantaggi in termini di salute. Non dimentichiamo poi che a livello mondiale oggi 821 milioni di persone sono denutrite (una persona su 10) mentre due miliardi sono invece affette da obesità (2,5 persone su 10).

«Non vogliamo dire alle persone cosa devono mangiare - conclude Hans-Otto Pörtner, uno dei membri del gruppo di lavoro dell’IPCC su impatto, adattamento e vulnerabilità del pianeta al climate change - ma rappresenterebbe senza dubbio un beneficio, sia per il clima che per la salute umana, se la popolazione dei Paesi ricchi consumasse meno carne, e se i politici creassero incentivi appropriati per raggiungere questo scopo».

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