L’APPELLO

Allarme dell’industria europea dell’auto: «Conseguenze catastrofiche da una hard Brexit»

23 associazioni imprenditoriali nel delicato settore dell'automobile hanno deciso di lanciare un appello comune contro l'ipotesi di una uscita disordinata del Regno Unito dall'Unione europea

di Beda Romano


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3' di lettura

BRUXELLES – All'alba di una settimana ricca di incontri politici nel disperato tentativo di sbloccare il negoziato tra Londra e Bruxelles sul futuro della Brexit, 23 associazioni imprenditoriali nel delicato settore dell'automobile hanno deciso di lanciare un appello comune contro l'ipotesi di una uscita disordinata del Regno Unito dall'Unione europea, ossia senza un accordo di recesso che regolamenti un periodo di transizione tra i due partner.

Le 23 associazioni di categoria, per l'Italia l'ANFIA, hanno avvertito in un comunicato delle «conseguenze catastrofiche» di un hard Brexit. Tra le altre cose, hanno messo l'accento sul rischio di tariffe doganali da un giorno all'altro, stimate di un valore di 5,7 miliardi di euro. I dazi si ripercuoterebbero sulle imprese e in ultima analisi sui consumatori, spiegano le associazioni imprenditoriali, tra cui la francese CCFA e la tedesca VDA.

Il Regno Unito non è solo luogo di acquisto e di produzione di auto; è anche al centro di una catena di valore che comprende altri paesi europei. «La fine della libera circolazione provocherebbe il caos in un settore nel quale domina il just-in-time», ossia la fornitura minuto per minuto da parte della catena produttiva. Sempre secondo le asociazioni automobilistiche, un solo minuto di sospensione della produzione britannica costerebbe al settore 54.700 euro.

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La presa di posizione è giunta mentre questa settimana a margine dell'assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, sono previsti contatti tra i dirigenti europei e il premier Boris Johnson. Sul tavolo sempre il backstop, ossia la soluzione ideata tra Londra e Bruxelles nell'accordo di divorzio per evitare il ritorno di una frontiera fisica tra le due Irlande. Il governo Johnson respinge questa ipotesi e deve quindi presentare una alternativa alla controparte comunitaria.

Contatti tecnici vi sono stati negli ultimi giorni. Hanno riguardato tre aspetti: i controlli fitosanitari, la presenza e il lavoro delle dogane, il governo dell'intesa a livello locale. «La speranza è che a New York ci sia il via libera politico per un accordo da negoziare a livello tecnico», spiega un diplomatico coinvolto nelle trattative. Come ha ammesso venerdì il ministro degli Esteri irlandese Simon Coveney, una intesa è ancora lontana, ma almeno «la musica è cambiata».

Secondo alcuni diplomatici, a Boris Johnson conviene trovare un accordo sul backstop. Poiché egli vuole andare alle elezioni rapidamente, per rafforzare la sua posizione dopo la crisi di governo che lo ha portato al potere, sostituendo in luglio Theresa May, dovrebbe aver capito che una intesa è probabilmente l'unico modo per assicurargli una vittoria elettorale. In caso di no-deal, i sondaggi danno infatti Westminster senza una maggioranza chiara.

Ciò detto, l'esito della partita rimane incertissimo. La data di Brexit è fissata al 31 otobre, mentre un vertice europeo è già previsto a Bruxelles il 17-18 ottobre. I Ventisette non vogliono che il summit si trasformi in un negoziato dell'ultimo minuto tra i paesi membri, e premono perché Londra presenti alternative operative al backstop al più presto. Alcuni negoziatori vedono spazio per una intesa, ma ago della bilancia sarà tra le altre cose l'Irlanda che più ha da perdere in questa vicenda.

Nella loro allarmata presa di posizione, i produttori automobilistici fanno anche notare che con un hard Brexit le imprese inglesi sarebbero escluse anche dall'import-export con paesi con i quali l'Unione ha particolari rapporti commerciali: la Turchia, la Corea del Sud, il Giappone, il Canada. L'impatto negativo non riguarderebbe solo o produttori britannici, ma anche quelli europei che dipendono dalle forniture inglesi (la sola industria tedesca conta oltre 100 siti produttivi nel Regno Unito).
Spiega nel comunicato congiunto europeo, Gianmarco Giorda, direttore di ANFIA: «Il Regno Unito è il nostro terzo mercato di destinazione di parti e componenti di veicoli a motore e il quarto per quanto riguarda le auto. È quindi rilevante per l'industria italiana (…) L'adozione di tariffe doganali così come lunghe procedure, con la conseguenza di prezzi più elevati, non potrebbero che avere un effetto devastante per l'industria automobilistica, sia italiana che britannica».

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