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Allarme gas, Volkswagen si prepara al peggio: pronta a spostare la produzione

I timori riguardano anche i prezzi oltre che gli approvvigionamenti. Il gruppo ha stabilimenti in Portogallo, Spagna e Belgio, paesi che ospitano terminali GNL. Nei due Paesi iberici è in vigore il price cap fino a giugno 2023

di Alberto Annicchiarico

Gas, nuova mossa dell'Ue: proposte su forniture e price cap

4' di lettura

La crisi energetica scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina minaccia di sconvolgere il panorama industriale europeo. Il terrore attraversa il continente come un brivido, con l’industria in prima fila a temere il peggio: il colosso Basf con meno del 50% del gas necessario sarebbe costretto a chiudere l’impianto di Ludwigshafen, chiusura che si porterebbe dietro una filiera di 125 impianti collegati. Altro motivo per chiudere potrebbe essere il prezzo. Gli industriali e i sindacati tedeschi guardano con relativa fiducia alle capacità della politica di non lasciarli a piedi, soprattutto a cominciare dalla prossima primavera-estate, quando sarà misurata la capacità di ricostituire le scorte. Ecco perché chi può cerca di salvarsi escogitando soluzioni alternative. Il gruppo Volkswagen, ad esempio, potrebbe spostare la produzione fuori dalla Germania e dall’Europa orientale, se persistesse una carenza di gas.

Le responsabilità della politica

La più grande casa automobilistica europea, infatti, ha dichiarato giovedì che spostare la produzione sarebbe una delle opzioni disponibili a medio termine se la carenza di gas dovesse durare molto oltre l’inverno. La casa di Wolfsburg ha importanti stabilimenti in Germania, Repubblica Ceca e Slovacchia, tra i paesi europei più dipendenti dal gas russo.«Come alternative a medio termine» il gruppo tedesco pensa al «trasferimento della capacità di produzione o ad alternative tecniche, in modo simile a quanto è diventato pratica comune nel contesto delle sfide legate alla carenza di semiconduttori e ad altre recenti interruzioni della catena di approvvigionamento», ha dichiarato Geng Wu, il capo degli acquisti.

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Pur affermando di aver fatto i preparativi «migliori possibili» per la carenza di gas per questo inverno, la Volkswagen si è detta preoccupata per l’effetto che i prezzi elevati del gas potrebbero avere sui fornitori.«I politici devono anche frenare l’esplosione attualmente incontrollata dei prezzi del gas e dell’elettricità», ha chiarito Thomas Steg, responsabile delle relazioni esterne dell’azienda. «Altrimenti, in particolare le piccole e medie imprese ad alta intensità energetica avranno grossi problemi nella filiera e dovranno ridurre o fermare la produzione».

I vantaggi del price cap iberico

Dove potrebbe spostare parte della produzione il gruppo Volkswagen? L'Europa sudoccidentale o le zone costiere del nord Europa, che hanno un migliore accesso ai carichi di gas naturale liquefatto via mare, potrebbero essere i primi obiettivi, ha spiegato al telefono a Bloomberg un portavoce. Il gruppo, che dal 1 settembre è passato dalle mani di Herbert Diess in quelle del capo di Porsche, Oliver Blume, gestisce già stabilimenti in Portogallo, Spagna e Belgio, paesi che ospitano terminali GNL (Gas Naturale Liquefatto). Per quanto riguarda Spagna e Portogallo, poi, oltre alla presenza degli stabilimenti al colosso automobilistico verrebbe incontro anche il price cap che divide l'Europa e però è già efficace nei due Paesi iberici. Il tetto al prezzo all’ingrosso del gas è stato approvato dalla Commissione europea e reso efficace dal 15 giugno. Sarà in vigore per un anno. Si tratta di un intervento da 8,4 miliardi di euro: 6,3 miliardi per la Spagna e 2,1 miliardi per il Portogallo. Il tetto è stato fissato a 40 euro per megawattora per i primi sei mesi. A seguire aumenterà di 5 euro al mese, fino a toccare i 70 euro. Il vantaggio per i consumatori dovrebbe esserci, anche se non clamoroso, visti i prezzi da cui si parte: un risparmio medio del 15% in bolletta, secondo il governo di Madrid.

Le altre grandi case europee

Volkswagen non è sola, ovviamente, nella ricerca di una soluzione alla crisi energetica. Martedì scorso il ceo di Stellantis, Carlos Tavares, ha parlato di una imminente «decisione strategica» sulla produzione di energia, per rendere più autonomi gli stabilimenti. «È molto chiaro che anche se stiamo rendendo piú compatti i siti produttivi, parliamo di aree molto ampie e tetti ampi, che potremo usare per produrre energia, non solo con impianti solari», ha detto Tavares, ricordando che «se c’è carenza di energia elettrica, il settore che ne soffre di più è quello industriale e io devo mantenere la sostenibilità della mia attività». Insomma, il quarto gruppo automobilistico mondiale dovrebbe rendere noti i suoi piani già entro la fine di settembre.

Alcune settimane fa Luca de Meo, numero uno di un’altra grande casa europea, la francese Renault, aveva fatto il punto con il Sole 24 Ore sul tema energia. «Per quanto riguarda l'incidenza delle eventuali carenze di energia sul nostro sistema industriale va detto che, per una volta, abbiamo un po' di fortuna, perché praticamente tutta la nostra produzione in Europa – tra Romania, Spagna e Francia – si trova in Paesi che sono relativamente meno dipendenti dal gas russo rispetto agli altri. Ci saranno sicuramente alcuni fornitori che si trovano in Paesi più esposti, ma stiamo monitorando attentamente la situazione e stiamo già prendendo contromisure per far fronte a questo rischio», aveva risposto de Meo.

Quanto alle altre due case tedesche, Bmw ha fatto sapere che per il momento non ha in programma mosse simili a quelle di Volkswagen mentre Mercedes-Benz non ha commentato.


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