lo studio

Allarme degli infermieri: pochi in pediatria, cresce il rischio mortalità

di Marzio Bartoloni


Flashmob delle infermiere del Gaslini, la danza a tema Toy Story

2' di lettura

Troppo pochi gli infermieri negli ospedali pediatrici, meno di quanti servirebbero. E questo ha un effetto non di poco conto: aumenta infatti il rischio mortalità per i piccoli pazienti. L’allarme arriva da uno studio presentato in Senato dalla Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) che ricorda come secondo gli standard di sicurezza ogni infermiere dovrebbe seguire 4 pazienti, tuttavia la media negli ospedali pediatrici è di un infermiere per 6,6 pazienti, 2,6 pazienti in più del previsto.

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La carenza di personale sanitario nelle corsie pediatriche ha un “costo” importante in termini di assistenza. Secondo la Fnopi «per ogni paziente extra il rischio di mortalità a 30 giorni aumenta del 7%. Con due pazienti e mezzo in più arriva al 17-18%. Sommando poi i dati delle attività infermieristiche mancate, il rischio di mortalità per i bambini ricoverati arriva al 25-26%». lo studio realizzato dal Gruppo di studio italiano RN4CAST@IT-Ped, ribadisce che è la volontà dei professionisti e la capacità manageriale delle aziende che finora ha garantito qualità e sicurezza, ma sottolinea comunque i rischi che si corrono senza un cambio di passo nel sistema. «Il livello di allarme è alto e di questo si deve tenere conto al momento della scelta delle politiche di programmazione. Oggi abbiamo una carenza di infermieri in costante aumento», dice la presidente di Fnopi Barbara Mangiacavalli.

S econdo lo studio realizzato da 12 astrutture dell'Aopi, l’Associazione degli ospedali pediatrici Italiani che aderisce a Fiaso (la Federazione delle aziende sanitarie) il rapporto pazienti-infermiere dovrebbe essere di 3 o 4 a 1 nelle aree chirurgica e medica, di 1 o persino 0,5 per le aree critiche come terapie intensive e rianimazioni. Numeri lontani dalla realtà rilevata dall’indagine, che ha calcolato un rapporto di 5,93 per la chirurgia, 5,7 per quella medica e 3,55 per l’area critica. La carenza di personale in genere finisce anche per dover impegnare i già pochi infermieri in attività che infermieristiche non sono: come eseguire richieste di reperimento materiali e dispositivi, compilare moduli per servizi non infermieristici, svolgere attività burocratiche o più banalmente rispondere al telefono. Il report sottolinea che a causa del super lavoro il 32% degli infermieri è finito nell'area del “burnout”, la sindrome da esaurimento emozionale che colpisce chi per professione si occupa delle persone.

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