richieste al governo

Allarme liquidità per i negozi di moda

Zero entrate, spese fisse elevate: necessario il rinvio di tasse, affitti e contributi

di Giulia Crivelli

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(EPA)

Zero entrate, spese fisse elevate: necessario il rinvio di tasse, affitti e contributi


3' di lettura

Non poteva esserci periodo dell’anno più complicato per fronteggiare un’interruzione delle attività produttive e commerciali per la lunga e complessa filiera del tessile-moda-abbigliamento, un comparto da 95,5 miliardi di fatturato, composto di 66mila imprese e che dà lavoro, direttamente, a circa 600mila persone. Da qui il grido d’allarme di tutte le associazioni di settore, a cominciare da Confindustria Moda e Camera Moda, e di Camera Buyer (Cbi) che riunisce i principali retailer e rappresenta l’ultimo anello prima di arrivare al consumatore.

«Quando abbiamo dovuto chiudere i negozi, il 12 marzo, i saldi erano finiti da poco e in vetrina c’erano le collezioni per la primavera-estate, già tutte acquistate e pagate. Ma che in gran parte non saranno vendute – spiega Francesco Tombolini, presidente Camera dei Buyer, che raggruppa i principali multimarca di moda italiani –. Eravamo tutti reduci dalle settimane della moda di Milano e Parigi, dove abbiamo acquistato le collezioni per il prossimo autunno-inverno. In altre parole: abbiamo sostenuto solo uscite, a fronte di zero o quasi entrate. E dobbiamo continuare a pagare le spese fisse e naturalmente prenderci cura, per quanto possibile, dei nostri dipendenti».

La maggior parte dei negozi di moda italiani non si trovano nello strade dello shopping di lusso di Milano, Roma, Venezia, Firenze, bensì nelle piccole città e hanno una clientela in gran parte locale. «Le uniche vendite che si stanno facendo – precisa Tombolini – sono quelle online, per chi è ben attrezzato in questo senso. Ma qui c’è un altro problema: nell’ultimo decreto ci sono limitazioni anche per l’e-commerce di imprese sotto i 10 milioni di fatturato e potrebbe quindi venire a mancare persino questa boccata d’ossigeno. Non voglio usare giri di parole: l’Italia ha inventato il sistema moda come lo conosciamo oggi e deve trovare il modo di salvarlo, negozi compresi».

Al Governo Camera Buyer chiede alcune misure (elenco completo su www.ilsole24ore.com/moda), tra le quali: defiscalizzazione di tutte le entrate provenienti da vendite digitali, contributo del 50% sulla costruzione di team digitali e di creazione dei contenuti digitali, premio all’esportazione. «La proposta è che chiunque tra gli stakeholder della filiera esporti, possa fruire di un credito di imposta del 10% per tutte le vendite imponibili fuori dall’Italia – sottolinea Tombolini –. Poi ci sono gli affitti: è opportuna una defiscalizzazione di tutti gli affitti commerciali per il comparto, dal 1° marzo 2020 al 1° marzo 2021, e ci vorrebbe la costituzione di un fondo di riserva negoziazione affitti».

Sul tema affitti ha fatto richieste precise anche Confindustria Moda, con una lettera alla presidenza del Consiglio firmata dal presidente Claudio Marenzi accanto a importanti marchi del settore. «Per la salvaguardia dell’intero settore, nonché in applicazione del principio di buona fede contrattuale, chiediamo la collaborazione e la comprensione di tutti i locatori nell’accogliere la richiesta di sospendere il pagamento dei canoni sino alla riapertura dei negozi (3 aprile, stando ai decreti a oggi in vigore, ndr) – ha scritto Marenzi –. Chiediamo inoltre la disponibilità a rinegoziare le condizioni economiche dei contratti di locazione e affitto fino a quando i normali flussi commerciali, turistici e residenziali non si saranno del tutto ristabiliti».

In allarme pure un’altra componente della filiera a valle, gli agenti di commercio. «Il settore delle showroom,degli agenti e distributori moda è stato completamente dimenticato nei decreti “cura Italia” – racconta Francesco Casile, titolare di uno dei più importanti showroom di Milano –. In Italia ci sono oltre 4.600 showroom, che danno lavoro a 14mila persone in un tipico contesto di piccola imprenditoria e lavoro autonomo. Non chiediamo soldi – conclude Casile –. Chiediamo solo di spostare più avanti,o di non farci pagare, alcune spese come contributi assistenziali e previdenziali dei dipendenti, Iva e tassa sui rifiuti».
Per approfondire:
L'elenco delle richieste della Camera dei Buyer alle istituzioni

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