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Allarme liquidità post Covid per quasi sei imprese su dieci

Su 1,38 milioni di aziende, 780mila prevedono problemi nei prossimi sei mesi. Un problema di mercato provocato da lockdown e allarme pandemia, che ha innescato sin dalle prime fasi un allarme liquidità per le imprese

di Filomena Greco

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3' di lettura

Un problema di mercato provocato da lockdown e allarme pandemia che ha innescato sin dalle prime fasi un allarme liquidità per le imprese. A confermarlo ancora una volta è l’ultima indagine svolta nel quadro del Sistema informativo Excelsior in capo a Unioncamere. Secondo la rilevazione fatta su un campione di 1 milione e 380 mila imprese, quasi il 60% prevede di avere problemi di liquidità nei prossimi sei mesi. La crisi della domanda, sul mercato interno e man mano sui mercati esteri, causata dai due mesi di blocco delle attività e la conseguente frenata produttiva, rileva l’ente presieduto da Carlo Sangalli, ha generato una diffusa incertezza, in particolare «sui tempi del recupero, legato anche alle diffuse criticità sui mercati globali». Tanto da far temere a molte imprese «di non poter generare i flussi di cassa necessari a garantire l’ordinaria operatività aziendale».

Con picchi negativi nel turismo e nella ristorazione e percentuali leggermente sotto la media nei servizi alle imprese, nel commercio e nell’industria. La rilevazione del sistema Excelsior, realizzata tra il 22 giugno e il 6 luglio scorso da Unioncamere in accordo con Anpal, fa emergere un quadro che vede, in valore assoluto, 780mila aziende convinte di incappare in problemi di liquidità finanziaria nei prossimi sei mesi, accanto a 565mila realtà che invece stimano minori difficoltà finanziarie nel prossimo futuro.

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LA SITUAZIONE DI LIQUIDITÀ DELLE IMPRESE
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Chi resiste meglio alla crisi

In questa analisi ci sono alcune varianti che pesano più delle altre e determinano una maggiore resilienza delle società in questa fase di crisi senza precedenti. «Le imprese che si sono presentate di fronte allo shock generato dalla pandemia – sottolinea lo studio – operando stabilmente sui mercati internazionali e quelle con strategie avanzate e integrate di digitalizzazione mostrano una solidità finanziaria relativamente maggiore». Superiore, dai 3 ai 6 punti percentuali rispetto alla media rilevata nell’indagine. In particolare, il 48% delle imprese con una spiccata vocazione all’export non rilevano difficoltà finanziarie in prospettiva, percentuale che scende ancora al 45% per quelle maggiormente digitalizzate.

A soffrire di più invece sono le micro imprese, con un numero di dipendenti compreso tra uno e nove: quelle che prevedono un livello di liquidità insufficiente infatti superano quota 60%. Situazione che migliora sensibilmente al crescere della dimensione di impresa, tanto che le aziende con più di 250 addetti stimano intoppi finanziari nel semestre a venire nel 44% dei casi. In sostanza la percentuale di imprese in potenziale difficoltà diminuisce con il crescere delle dimensioni.

I settori

Ristorazione e servizi legati al turismo rappresentano i settori che in questo frangente se la cavano peggio. In sostanza, il 73,8% delle imprese, di fatto tre su quattro, segnalano problemi per la carenza di liquidità, a cominciare dalle filiere legate alla presenza di turisti stranieri nelle città d’arte. Registrano difficoltà superiori alla media rilevata anche le attività del terziario collegate ai servizi alla persona, comprese attività ricreative, culturali e sportive, accanto al mondo della formazione privata.

Nel mondo dell’industria, è il settore moda a stringere i denti più degli altri, con problemi di liquidità per il 68% del campione. Accanto a legnoarredo e industria della carta, che registrano quote di aziende in crisi di liquidità superiori al 60%.

Anche il fattore geografico ha un peso nella rilevazione condotta dal sistema Excelsior di Unioncamere: più intensa infatti risulta la carenza di liquidità per le imprese che operano nel Sud e nelle isole, con i due terzi delle società in difficoltà. Nelle aree del Centro Italia la percentuale si attesta al 60,3% mentre nelle regioni settentrionali il problema è segnalato in poco più di un’azienda su due ( 53-54% dei casi).

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