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Allarme della manifattura toscana: «Nella moda oltre 130mila addetti a rischio»

Le aziende chiedono di ripartire nel rispetto della sicurezza: mercati asiatici rischio per la concorrenza di aziende turche, rumene e cinesi

di Silvia Pieraccini

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Le aziende chiedono di ripartire nel rispetto della sicurezza: mercati asiatici rischio per la concorrenza di aziende turche, rumene e cinesi


4' di lettura

Dalla Toscana regno delle filiere-moda sale un coro sempre più allarmato che unisce le aziende tessili, dell’abbigliamento, della concia, della pelletteria, delle scarpe e dell’oreficeria, tutte chiuse dal 22 marzo per decreto governativo con quasi 130mila lavoratori a casa: «Fate riaprire chi garantisce le misure di sicurezza - invocano le imprese - perché i nostri prodotti sono stagionali e diretti all’estero e, se non saremo in grado di fabbricarli adesso, perderemo commesse, clienti e quote di mercato. Oltre, naturalmente, a tanti posti di lavoro».

Ogni giorno che passa la situazione si fa più preoccupante. «Perché non si riesce a capire che la nostra filiera non è replicabile?», s’interroga Giulio Guasco, un passato in Harmont&Blaine e oggi alla guida di Uno Maglia di Montevarchi (Arezzo) e Alex&Co di Vinci (Firenze), terzisti d’abbigliamento di lusso con 125 dipendenti che fanno capo al fondo Holding Industriale.

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«I nostri clienti internazionali ci chiedono prodotti per il mercato asiatico - aggiunge Guasco - visto che in Cina i negozi stanno riaprendo dopo l’emergenza coronavirus, e noi non sappiamo cosa rispondere. Siamo pronti ad attuare tutte le misure di sicurezza anti Covid-19, ma il Governo deve tener conto del fatto che la Toscana ha una situazione sanitaria meno grave rispetto alle regioni del nord e che il nostro settore può garantire condizioni di sicurezza: se dobbiamo convivere ancora a lungo con il virus distanze e sanificazione diventeranno un modus operandi, e dunque perché non farci riaprire adesso anziché a maggio?».

I due grandi pericoli che il settore moda teme sono la concorrenza delle imprese turche, rumene, cinesi, che in questo periodo di inattività potrebbero “rubare” loro i clienti, e il deterioramento dei materiali “in casa”: i colori per la stagione invernale non vanno bene per le collezioni estive, così come i disegni e le fantasie già progettate.

Ne sa qualcosa il distretto tessile di Prato, 2.800 aziende con quasi 20mila dipendenti, leader in Europa nella produzione di tessuti e filati, che da settimane ha avviato una battaglia per la riapertura scrivendo anche al presidente del Consiglio Giuseppe Conte: «Rischiamo il 40-50% del fatturato del distretto e migliaia di posti di lavoro», dice Francesco Marini, imprenditore tessile e vicepresidente di Confindustria Toscana nord (Prato, Pistoia, Lucca), evocando il problema sociale a fianco di quello economico. Anche a Prato le aziende sono pronte ad adottare tutte le misure di sicurezza anti Covid-19, compresi i test sierologici da fare ai lavoratori prima del rientro in azienda. «Ma facciamo presto, riapriamo chi può garantire lavorazioni in sicurezza indipendentemente dai codici Ateco, altrimenti il distretto muore».

Stesso grido d’allarme arriva dal distretto della pelletteria di lusso di Scandicci (Firenze), leader europeo nella produzione di borse per i grandi marchi, in forte crescita negli ultimi anni (5,4 miliardi l’export 2019 della pelletteria toscana, +36%): «Se non riprogrammiamo la riapertura in sicurezza, la filiera rischia l’estinzione», sottolinea David Rulli, pellettiere terzista e presidente della sezione Moda di Confindustria Firenze. «Molte aziende hanno già ordini in casa per i prossimi due o tre mesi – aggiunge - sui quali grava il rischio di annullamenti legato alla stagionalità dei prodotti. Per la filiera, soprattutto per le piccole e medie imprese, sarebbe un colpo mortale, perché gli annullamenti andrebbero a sommarsi a una perdita di fatturato già oggi stimata intorno 40%. Un danno a cui difficilmente molte riuscirebbero a sopravvivere. Non vogliamo fare business, ma tutelare posti di lavoro».

Pur di riaprire, le aziende stanno percorrendo ogni strada. La pelletteria Almax ha presentato alla Regione Toscana un piano sulla sicurezza anti-contagio Covid-19 che non solo rispetta il protocollo Governo-parti sociali del 14 marzo e le linee guida regionali dettate il 28 marzo, ma si preoccupa degli spostamenti casa-lavoro (su 277 dipendenti solo 25 utilizzano bus, tram o treno), “pallino” del presidente toscano Enrico Rossi che teme contagi sui mezzi pubblici.

«Ora però diteci quali sono le regole da rispettare per riaprire, e quando potremo farlo», invoca il titolare di Almax, Massimiliano Guerrini, che in qualità di presidente dell’Its Mita, la scuola post-diploma che forma tecnici evoluti della moda, due giorni fa ha organizzato un incontro con l’assessore regionale Stefano Ciuoffo e i grandi marchi del lusso, da Gucci a Prada, da Louis Vuitton a Valentino e Richemont, preoccupati per le collezioni dell’estate 2021: se non saranno progettate entro maggio, in autunno non potranno essere prodotte.

Ma per adesso i passi avanti sono pochi. Il presidente regionale Enrico Rossi sta incontrando sindacati e associazioni di categoria con l’intento di definire un accordo-quadro sui criteri della ripartenza. «Bene la scelta della Regione di procedere a test sierologici anche per chi in queste settimane ha continuato a lavorare - dicono Cgil, Cisl e Uil –. Bisogna fare i test anche a chi dovrà tornare al lavoro. Il quadro del contagio regionale è importante per decidere a quali condizioni si potrà ripartire in sicurezza».

Ormai sono in pochi nelle filiere-moda toscane a pensare di poter riaprire prima di maggio. Premono il settore calzaturiero, concentrato a Lucca e Pistoia, così come la concia di Santa Croce sull’Arno e l’oreficeria basata ad Arezzo. Nel complesso l’industria della moda in Toscana impiega 130mila persone (il 40% della manifattura regionale) ed esporta 15 miliardi (quasi il 40% del totale): nessuna regione raggiunge un peso così alto. Per questo il danno all’orizzonte potrebbe essere irreparabile. Anche se resta qualche spiraglio. «La fiera Pitti Uomo, il più importante appuntamento mondiale della moda maschile riprogrammato il 2-4 settembre potrebbe segnare la ripresa graduale del settore», dice Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine.

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