L’INCOGNITA SULL’OPERAZIONE

Allarme Rsa, pochi operatori dicono sì al vaccino: le ipotesi allo studio per renderlo obbligatorio

Secondo il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dei Cinque Stelle «se nei prossimi mesi la campagna non dovesse raggiungere i 2/3 della popolazione, allora si dovrebbero prendere delle contromisure. Tra queste, c'è l'obbligatorietà»

di Andrea Carli

Vaccini Pfizer: chi, dove e quando

Secondo il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dei Cinque Stelle «se nei prossimi mesi la campagna non dovesse raggiungere i 2/3 della popolazione, allora si dovrebbero prendere delle contromisure. Tra queste, c'è l'obbligatorietà»


7' di lettura

Dopo il V-Day e le prime vaccinazioni nell’Unione europea si è acceso il dibattito (e con esso la polemica) sull'obbligo di vaccinazione anti-Covid per medici e personale sanitario. Il governo non l’ha previsto, ma come ha spiegato la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli potrebbe farlo, e solo al termine di una campagna di informazione che chiarisca ai cittadini tutti i dubbi, e in base ai risultati di questa campagna.

Tra le soluzioni allo studio ci sarebbe quella di un patentino “di immunità” rilasciato dalle regioni che se da una parte attesterebbe il fatto che la persona si è sottoposta al vaccino, dall’altra consentirebbe a chi lo detiene di tornare a frequentare palestre, teatri, cinema, o anche a viaggiare. Il tutto avverrebbe con il coinvolgimento del parlamento nella discussione sulle opportunità di adottare la misura.

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Conte, valutiamo anche più mobilità per vaccinati

«Ci sono varie proposte - ha spiegato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in occasione della tradizionale conferenza stampa di fine anno - e tra queste anche su chi, dopo essere stato vaccinato, abbia una abilitazione di maggiore mobilità. Non ci sarà il vincolo di obbligatorietà - ha ribadito - ma faremo comunicazione. Tolte le categorie prioritarie non ci sono indicazioni su altre».

Un operatore sanitario su 5 non intende vaccinarsi

Allo stato attuale l’operazione di vaccinazione non convince tutti. A Pavia, ad esempio, solo due operatori su dieci delle 85 strutture della provincia sarebbero disponibili a sottoporsi al trattamento, anche se, ha precisato l'Ats, il sondaggio è ancora in corso. L’agenzia Ansa stima che in media un operatore sanitario su cinque non intende farlo. La conseguenza è che, nel caso non ci fosse l’adesione attesa, i pazienti più anziani e fragili potrebbero essere a rischio contagi.

A favore dell’obbligatorietà del vaccino si sono espressi il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli e il coordinatore del Cts Agostino Miozzo. Il primo non ha dubbi: «Chi rifiuta il vaccino non può lavorare in corsia». Il secondo è dell’idea che il vaccino debba essere obbligatorio per medici, infermieri e personale sanitario. «Se gli operatori sanitari non faranno il vaccino, io sono per una forma di obbligo», ha affermato Walter Ricciardi, consigliere del ministero della Salute. «Tutti gli operatori sanitari, a partire dai medici, devono vaccinarsi contro il Covid e se non vogliono essere vaccinati devono essere sospesi dal servizio perché, appunto, non possono essere idonei al servizio che svolgono», ha sottolineato Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell'Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma.

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Governo diviso

Nel governo emergono sensibilità diverse. Se i Cinque stelle sono contrari all’obbligatorietà, con la ministra della Pa Fabiana Dadone a sostenere che basterebbe «una forte raccomandazione», Italia Viva preme perché l’obbligo sia previsto. Per Renzi va introdotto «subito almeno per gli operatori sanitari e socio sanitari». Il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa del Pd ha proposto che l’obbligatorietà sia «una precondizione per chi lavora nel pubblico». Non solo: nel caso in cui alla fine dovesse emergere un «rifiuto che non si riesce a superare», Zampa non ha escluso che nel pubblico non si possa lavorare.

Secondo il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri dei Cinque Stelle «se nei prossimi mesi la campagna non dovesse raggiungere i 2/3 della popolazione, allora si dovrebbero prendere delle contromisure. Tra queste, c'è l'obbligatorietà. Ma non è un problema attuale», ha aggiunto. Una posizione quella di Sileri che, se si considera il fatto che in M5s non mancano i no Vax, non è passata inosservata.

D’Avack (Comitato bioetica), cautela su obbligo

Il presidente del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) Lorenzo D'Avack frena sull’ipotesi di un vaccino obbligatorio. «Sarei abbastanza cauto rispetto all'ipotesi di obbligatorietà per il vaccino anti-Covid - afferma -: ritengo che eticamente obbligare ad un trattamento sanitario debba rappresentare assolutamente un'eccezione». «In questa prima fase - osserva ancora - è fondamentale incentivare la propaganda a favore delle vaccinazione. L'obbligo dovrebbe essere considerato come una extrema ratio».

La formazione degli operatori sanitari

Il rischio che un’adesione alla vaccinazione inferiore alle attese da parte di medici, infermieri e dipendenti del sistema sanitario possa limitare l’efficacia dell’intera operazione è dunque avvertito da governo. Tra le soluzioni che si stanno prendendo in considerazione quella di puntare su una formazione a distanza, che coinvolgerebbe il personale dell’Iss e si focalizzerebbe sugli opetatori sanitari. Una formazione sulle caratteristiche del vaccino e sulle informazioni da “veicolare” alle persone.

Il procedimento disciplinare

Secondo iI presidente della Federazione degli Ordini dei medici, Anelli, «deve essere la politica, in base ai numeri, a decidere per legge». Anelli ha anche parlato di «obbligo deontologico» e di possibili sanzioni. Intanto l'Ordine dei medici di Roma ha avviato un procedimento disciplinare nei confronti di 13 medici no vax.

Ainis, obbligo o meno del vaccino è scelta politica

Il dibattito sull'obbligatorietà o meno del vaccino contro il Covid ha coinvolto anche i giuristi.Secondo il costituzionalista Michele Ainis, ad esempio, rendere obbligatorio il vaccino, o proporlo solo su base volontaria, o imporlo al solo personale sanitario, «è una scelta politica, che compie la maggioranza di governo, e che la Costituzione autorizza, in presenza però di alcune cautele». «Vale per medici e infermieri quello che vale per tutti - ha spiegato -: l'articolo 32 della Costituzione autorizza i trattamenti sanitari obbligatori, e un vaccino lo è, con due cautele: la vaccinazione deve essere prevista dalla legge e non deve infrangere il rispetto della persona umana». «Nel 1996 - ha ricordato il giurista - la Corte costituzionale giustificò la scelta del vaccino obbligatorio contro la poliomelite parlando delle “scelte tragiche del diritto” perché la salvezza di molti può comportare il sacrificio di pochi, rispondendo così alle obiezioni sui rari casi di effetti avversi provocati dal vaccino». «C'è un interesse pubblico che prevale sull'eventuale sacrificio individuale - ha proseguito Ainis - e la decisione politica che introduce l'obbligo di vaccinazione deve essere ragionevole, senza dimenticare che anche la scelta di mettere il personale sanitario in cima alla lista delle persone da vaccinare volontariamente con priorità è un altro elemento a supporto della eventuale scelta dell'obbligatorietà del vaccino per medici e infermieri».

Ichino: licenziabile dipendente che rifiuta il vaccino

Secondo il giurista Pietro Ichino rendere obbligatorio il vaccino «non solo si può, ma in molte situazioni è previsto». In un’intervista al Corriere della Sera ha ricordato che «l’articolo 2087 del codice civile obbliga il datore di lavoro ad adotttare tutte le misure suggerite da scienza ed esperienza, necessarie per garantire la sicurezza fisica e psichica delle persone che lavorano in azienda». La conseguenza è che, a parere di Ichino, il datore di lavoro può prevedere l’obbligo di vaccinazione e se il dipendente di dovesse rifiutare, interrompere la prosecuzione del rapporto di lavoro.

Confindustria Veneto, vaccino sia obbligatorio in aziende

Il presidente di Confindustria Veneto, Enrico Carraro, ha fatto presente che «così come si è reso obbligatorio l'uso di dispositivi di protezione individuale e il distanziamento si potrebbe fare lo stesso quando saranno disponibili vaccini efficaci, cioè sottoposti alla responsabile valutazione delle autorità sanitarie pubbliche competenti circa l'affidabilità medico-scientifica della loro somministrazione. Chiaramente - ha aggiunto - in coda rispetto alle fasce più deboli della popolazione, al personale medico-sanitario e agli operatori dei servizi essenziali, si possa istituire una corsia preferenziale anche per chi, nelle nostre imprese esportatrici, è chiamato a viaggiare ed incontrare clienti e fornitori. Far ripartire in maniera tempestiva e sicura le aziende campioni dell'export sarebbe sicuramente una leva importante per il rilancio della nostra economia», ha concluso Carraro.

Legale Rsa, personale non vaccinato è inidoneo

Secondo l'avvocato Maria Grazia Cavallo, legale di riferimento di alcune Rsa piemontesi per le questioni Covid, il personale delle Rsa che non dovesse sottoporsi al vaccino contro il Covid dovrebbe essere trasferito dal datore di lavoro a mansioni «che siano prudentemente distanziate dagli ospiti e tali da non generare contatti rischi di contaminazione». Se questo non fosse possibile, ha aggiunto, «i lavoratori sarebbero da considerare inidonei alle mansioni di assistenza agli anziani».

Traballa la lista delle categorie che hanno la priorità

C’è poi un’altra questione che caratterizza il dossier vaccini. Una volta partita la campagna vaccinale, la lista delle categorie che hanno la priorità per accedere alle prime dosi di siero già traballa. Le perplessità sollevate da più parti nelle ultime settimane sui criteri che hanno portato alla scelta delle priorità dei destinatari del vaccino anti-Covid cominciano, infatti, a prendere corpo ora che le prime migliaia di dosi sono arrivate. La voce del dissenso si è alzata da più parti, dai sindacati, alla Consulta di Bioetica, al Garante dei detenuti. Insomma, che i primi a ricevere l'inoculazione siano gli operatori sanitari è fuori discussione, ma che alcune categorie stiano in fondo alla lista o non siano state prese in considerazione suscita sconcerto. Così come l'ipotesi che con i docenti si cominci solo a primavera, quando cioè le scuole stanno per chiudere i battenti, o almeno quelle che li hanno aperti.

L’ipotesi di una patente di immunità per accedere ai servizi

Una soluzione per incentivare la vaccinazione è quella di prevedere una “patente” di immunità per chi si è sottoposto a vaccinazione. Le compagnie aeree stanno ragionando un passaporto vaccinale, sotto forma di app, per rilanciare i viaggi aerei internazionali. Più in generale, questo documento potrebbe aprire la porta a tutta una serie di servizi che possono implicare situazioni di assembramento. Potrebbe essere il caso delle palestre, dei cinema, dei teatri. Ma non solo: l’Istat ha comunicato che in Italia le presenze registrate negli hotel nei primi nove mesi del 2020 sono meno della metà (il 46%) di quelle rilevate nel 2019. Secondo Francesco Gatti, presidente di AssoHotel, l'associazione di categoria che riunisce circa 300 albergatori su Roma, «sarebbe auspicabile permettere di riaprire alcune attività ancora sospese, come le spa e i convegni, garantendo l'accesso almeno a chi è vaccinato. Oltre ad essere una precauzione per i clienti, per noi sarebbe utilissimo perché questo serve a tenere occupata in albergo qualche camera in più. Il tutto a condizione che chi si presenta abbia fatto il vaccino».

Il nodo trasparenza

Un’altra questione aperta è quella della trasparenza dei dati. L’immunologo Roberto Burioni ha proposto che ogni giorno il governo indichi nei dati quotidiani non solo il numero dei tamponi, delle terapie intensive, dei positivi, dei decessi ma anche il numero dei vaccini fatti.

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La via spagnola

E mentre in Italia si discute sull’opportunità di rendere il vaccino obbligatorio, la Spagna ha già fatto la sua scelta. Non sarà obbligatorio ma chi deciderà di non farlo sarà inserito in un “registro” che sarà poi condiviso con gli altri Paesi dell'Ue. Lo ha annunciato il ministro della Salute spagnolo, Salvador Illa assicurando che il documento «non sarà pubblico» e sarà compilato «nel pieno rispetto della privacy».

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