ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLo scontro sul 5G

Allarme sicurezza e censura, dalla Lituania alt agli smartphone cinesi

Alcuni smartphone Huawei e Xiaomi non solo esporrebbero al rischio di cyberattacchi, ma a una vera e propria censura. Le aziende respingono le accuse

di Michele Pignatelli

Aggiornato il 23 settembre 2021

Alcuni modelii esaminati dal Centro per la cybersicurezza lituano

3' di lettura

Gli smartphone commercializzati da alcuni brand cinesi non solo esporrebbero al rischio di cyberattacchi, ma anche a una vera e propria censura su temi sgraditi al governo di Pechino. La pesante accusa, ennesimo capitolo del contenzioso sulla tecnologia 5G tra Occidente e gigante asiatico, arriva dalla Lituania, Paese che con la Cina ha avuto negli ultimi mesi contrasti crescenti, culminati nel richiamo dei due ambasciatori.

Più in dettaglio, il Centro per la cybersicurezza lituano, che fa capo al ministero della Difesa, al termine di un’indagine ha individuato quattro maggiori vulnerabilità in telefoni prodotti da Huawei e Xiaomi – dalla presenza di alcune app preinstallate alla diffusione di dati personali - invitando dunque le agenzie governative a non utilizzare più smartphone prodotti dai due marchi.

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Tibet e Taiwan parole vietate

Il modello di Huawei sotto accusa è il il P40 5G che metterebbe gli utenti a rischio di violazioni della sicurezza informatica, nel senso che - stando al rapporto - «l’app store ufficiale di Huawei AppGallery indirizza gli utenti a e-store di terze parti in cui alcune applicazioni sono state valutate come infettate da virus»,

Nel caso di Xiaomi, ci sarebbe un ulteriore e più “politico” inconveniente: un vero e proprio filtro su 449 parole o gruppi di parole presente nel modello Mi 10T 5G, capace di identificare, quantomeno nei caratteri cinesi, frasi come «Tibet libero», «movimento democratico», «Viva l’indipendenza di Taiwan». E dunque – potenzialmente, visto che questa funzionalità era disabilitata sui telefoni esaminati dagli esperti lituani - in grado anche di censurare la libertà di espressione.

Secondo il Centro per la cybersicurezza del Paese baltico la funzionalità potrebbe essere attivata in qualunque momento e anche i caratteri latini potrebbero facilmente essere aggiunti.

Sulle tracce di Orwell

In pratica, per riprendere una suggestione letteraria spesso citata, se ci siamo ormai abituati (o rassegnati) a considerare gli smartphone - con il corredo di app, cookies e profilazioni varie -una sorta di grande fratello del ventunesimo secolo, si farebbe qui un altro passo verso l’immaginaria società tratteggiata da George Orwell in “1984”, dove anche il linguaggio si trasformava progressivamente in “neolingua”, una forma di comunicazione depotenziata o comunque privata della possibilità di esprimere un pensiero critico.

La risposta delle aziende

«Huawei - si legge in un comunicato dell’azienda - ha sempre aderito al principio di integrità, rispettato le leggi e i regolamenti dei Paesi e delle regioni in cui opera e la sicurezza informatica e la protezione della privacy sono considerate priorità assolute. I dati non vengono mai elaborati al di fuori del dispositivo. Huawei è trasparente sui dati necessari che raccoglie dai clienti, che sono ridotti al minimo e utilizzati per migliorare la personalizzazione e l’esperienza dell’utente».

Quanto a Xiaomi, ormai produttore leader mondiale insieme a Samsung, ha negato che i suoi telefoni possano essere censurati o che mettano a rischio la privacy, sottolineando che si conformano alle stringenti normative Ue in materia.

«I dispositivi Xiaomi- ha dichiarato l’azienda in un comunicato - non censurano le comunicazioni da o verso i propri utenti. Xiaomi non ha mai limitato e mai limiterà o bloccherà alcun tipo di comportamento personale da parte dei propri utenti. Funzioni come quelle di ricerca, chiamata, navigazione sul web o l’uso di software di comunicazione di terze parti non sono e non saranno mai limitate. Xiaomi rispetta e protegge pienamente i diritti legali di tutti i suoi utenti, ed è conforme al Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Unione Europea (Gdpr)».

Vilnius però corre ai ripari. Margiris Abukevicius, viceministro della Difesa, ha «caldamente raccomandato che le istituzioni statali e pubbliche non utilizzino quei dispositivi», aggiungendo che sarà avviato un percorso legislativo per regolamentarne l’acquisto da parte di ministeri e agenzie governative.

Più di 200 autorità pubbliche hanno acquistato smartphone di questo tipo – ha aggiunto Abukevicius – e oltre 4500 telefoni sono attualmente in uso «il che, a nostro parere, aumenta i rischi». Per il viceministro anche la gente comune «dovrebbe sapere cosa c’è in questi telefoni» e «considerare la sicurezza prima di prendere una decisione».

Tensione Vilnius-Pechino

La vicenda appare destinata ad accentuare la tensione tra Vilnius e Pechino. Ad agosto, dopo che la Lituania aveva annunciato l’apertura di un ufficio di rappresentanza di Taiwan nel Paese, la Cina ha richiamato l’ambasciatore, nonostante il Paese baltico sottolineasse che la decisione non intendeva mettere in discussione il principio di una sola Cina. All’inizio del mese, anche l’ambasciatrice lituana a Pechino è stata richiamata in patria per consultazioni.


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