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Allarme workaholism, i giovani lavorano troppo (il 32% lo fa anche in bagno)

di Francesca Milano


Giovani, allarme "workahsolism": tre su dieci lavorano persino in bagno

3' di lettura

In metropolitana, in coda negli uffici pubblici, durante la pausa caffè e persino al bagno: i giovani soffrono di “workaholism”, la sindrome da dipendenza dal lavoro. Colpisce il 66% dei millennials, tanto che il 32% dei ragazzi americani ha infatti ammesso di lavorare anche quando è seduto sul water. E non è tutto: dalla ricerca è emerso che il 63% dei giovani ha rivelato di essere produttivo anche in malattia, il 70% di rimanere attivo nel weekend, e il 39% si dice disposto a lavorare perfino in vacanza.

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Buona parte della colpa è da imputarsi alla tecnologia: «Nei geni dei giovani digitali – spiega Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia –è insita l’attitudine all’utilizzo di ogni apparato tecnologico che permetta una connessione al mondo, senza bisogno di spostarsi dal proprio ufficio e dalla propria casa». Con lo smartphone si ha l’ufficio sempre a portata di mano, con la conseguenza di non staccare mai veramente la spina. «I millennials si trovano immersi in un ciclo continuo di stimoli - aggiunge Osnaghi - , costretti a lavorare un numero di ore dilatato rispetto a quello che sarebbe in un mondo senza tecnologia. E con l’aumento delle ore di lavoro si annullano inequivocabilmente gli spazi per la vita privata. Per questo ricordarsi che la qualità della propria vita è insostituibile diventa una raccomandazione fondamentale per evitare conseguenze spiacevoli sul fisico e sulla psiche».

Ma quali sono gli effetti deleteri del workhaolism - termine coniato nel 1971 dallo psicologo Wayne Oates - sulla salute dei giovani? Secondo uno studio condotto dalla dottoressa Cecilie Andreassen, docente di psicologia l’Università di Bergen, i sintomi più comuni derivati dalla dipendenza dal lavoro sono depressione, ansia, insonnia e aumento di peso. Pensiero condiviso anche dalla psicoterapeuta Amy Morin, che nel suo bestseller internazionale “13 things mentally strong people don’t do” ha evidenziato che il 42% dei millennials che lavorano intensamente più di 9 ore al giorno e rimangono costantemente attaccati allo schermo del pc hanno avuto riscontri negativi sulla propria salute mentale, andando a peggiorare le relazioni sociali con amici, parenti e con il partner.

Problemi agli occhi per 4 italiani su 10, spesso giovani

In una ricerca su un campione di oltre 300 donne il dottor Bryan Robinson, professore alla University of North Carolina-Charlotte, ha riscontrato che il rischio divorzio è altissimo: solo il 45% dei workaholic riesce a evitarlo contro l’84% della popolazione. E ancora, il dottor Justin Bazan, in uno studio pubblicato su Daily Mail, ha evidenziato come il 58% dei giovani lavoratori della fascia 18-32 ha accusato forti problemi alla vista a causa del tempo eccessivo trascorso al computer. Per curare questa forma di dipendenza sono stati addirittura fondati centri terapeutici ad hoc, di cui il più importante ha sede a New York e si chiama “Workaholics Anonymous”.

Non c’è solo la tecn0logia a spingere verso il workaholism: la pressione del capo , la paura di non riuscire a fare carriera, il forte desiderio di avere successo dal punto di vista professionale sono fattori che spingono all’iper-lavoro. «Sono numerosi gli stimoli che possono impattare sulla scarsa capacità di mettere un limite ordinato alla propria esistenza – sottolinea Osnaghi –. La generazione dei millennials dimostra molta più preoccupazione verso il futuro rispetto alla precedente, soprattutto a causa della ricerca dell’indipendenza economica, del desiderio di una famiglia da formare e poi mantenere, e dell’ansia di dover essere più bravi degli altri. Ne consegue che le abitudini di lavoro sono diventate una gabbia in cui perdersi e i confini etici che proteggono la vita privata sono andati via via affievolendosi».

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