DAL MONDO ANTICO

Alle radici della circolazione di merci e servizi: Seneca era un no-global

di Giorgio Ieranò

2' di lettura

Quando è iniziata la globalizzazione? La risposta che potrebbe apparire più ovvia è: qualche decennio fa. Lo stesso termine “globalization”, del resto, fa capolino solo agli inizi degli anni Sessanta (negli stessi anni in cui l'illustre massmediologo Marshall McLuhan diffonde la nozione di “villaggio globale”). Ma si potrebbe anche rispondere che la globalizzazione è iniziata nel 3500 avanti Cristo a Uruk, in Mesopotamia. Proviamo, infatti, a prendere per buona la definizione dell'Oxford Dictionary of Economics, secondo il quale globalizzazione significa che «beni, servizi, capitale e lavoro sono trattati su una base mondiale e le informazioni e i risultati della ricerca si trasmettono con rapidità tra le diverse nazioni».

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Ebbene, proprio dalla città di Uruk, nell'antica terra dei sumeri, oltre cinquemila anni fa, iniziano a circolare «beni, servizi e risultati della ricerca» (uno per tutti: la scrittura) che in poco tempo diventano globali. Questa circolazione di merci e idee era sostenuta da una rete di scambi internazionali assai più estesa di quanto oggi siamo portati a immaginare. Chi avesse curiosità in proposito, e magari fosse pratico di cuneiforme, può consultare l'archivio commerciale dei mercanti assiri che, intorno al 2000 a.C., avevano aperto una loro agenzia a Kanesh, nell'odierna Turchia. Comunque sia, negli ultimi anni, gli storici hanno iniziato ad applicare il concetto di globalizzazione anche all'antichità. È il caso, per esempio, di Justin Jennings che, nel suo Globalization and the Ancient World (Cambridge 2011), fa iniziare la globalizzazione appunto da Uruk.

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Anche gli antichi, dunque, erano globalizzati? Di certo l'idea di un mercato globale non l'abbiamo inventata oggi. Come scriveva già Lenin nel 1916 nel suo acuto e lungimirante saggio L'imperialismo, fase suprema del capitalismo (saggio che meriterebbe oggi attente riletture, specie per le pagine dedicate alle banche e all'economia finanziaria): «Da lungo tempo il capitalismo ha creato un mercato globale».

Tra i sumeri e noi, insomma, potremmo mettere in fila varie globalizzazioni, almeno se vogliamo usare il termine in senso generale. È vero che l'antichità era un'epoca in cui un pezzo rilevante di globo (l'America) mancava ancora all'appello. Ma non mancava, per esempio, la Cina: un partner commerciale già allora, con tutte le carovane in viaggio lungo la Via della seta che collegava il Celeste impero a Roma e alle città greche d'Oriente. Mentre il Mediterraneo era già nel II millennio a.C. il fulcro di una serie di scambi che andavano dalle coste dell'Asia a quelle della Spagna, lungo rotte in cui il rame che veniva da Cipro incrociava lo stagno importato dalle isole britanniche attraverso i grandi fiumi europei. Globalizzazione, anche allora, significava creazione di una way of life transnazionale. In primo luogo tra le aristocrazie: nel VII secolo a.C., per esempio, tutte le élite mediterranee (greci, etruschi, fenici) avevano lo stesso stile di vita ed esibivano come status symbol gli stessi vasi illustrati con sfingi, grifoni o palmette. Ma anche l'Atene democratica del V secolo era, a modo suo, “globalizzata”.

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