Societa

Alleanza col privato per fare della cultura una leva di sviluppo

di Maria Cristina Piovesana

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3' di lettura

Tra i molti temi urgenti su cui come Paese ci stiamo confrontando in questo particolare frangente della nostra storia, vorrei portare un contributo di riflessione sulla cultura, un settore che ritengo ingiustamente trascurato. Si tratta di una parte fondante della nostra identità, che forse rappresenta più di ogni altra l’immensa ricchezza di cui disponiamo, perché è espressione di un Paese che ha dato vita e custodisce la gran parte dell’intero patrimonio culturale mondiale.

I nostri beni culturali, la nostra storia e le nostre tradizioni non sono solo alla base del grande valore dell’economia del turismo, ma rappresentano anche la capacità delle nostre imprese manifatturiere nel costruire stili di vita e prodotti di eccellenza apprezzati in tutto il mondo.

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Un orizzonte che va ben oltre il perimetro del tradizionale Made in Italy. Quindi è necessario riservare grande attenzione e cura al nostro capitale culturale, facendone una leva di sviluppo nell’impegnativo programma di ripartenza a seguito della crisi pandemica.

Per questo una parte dei fondi del Piano nazionale di rilancio e resilienza devono essere destinati a questo settore, a cui il nostro sistema imprenditoriale ha sempre riservato grande attenzione. Va riconosciuto infatti che sono stati notevoli nel tempo la sensibilità e il sostegno degli imprenditori a favore della cultura italiana in tutti i suoi ambiti. Collezioni, musei, stagioni musicali, esposizioni d’arte hanno sempre ricevuto il contributo generoso del mondo industriale. Solo per fare qualche esempio, il restauro di monumenti iconici del nostro Paese, come il Colosseo e il Ponte di Rialto, sono stati interventi di valore inestimabile. E, accanto alle nostre imprese, anche i Gruppi internazionali hanno testimoniato la loro attenzione promuovendo importanti iniziative a sostegno del patrimonio culturale italiano.

Ma esistono anche esempi sul territorio, nei suoi aspetti meno noti ma non per questo meno importanti e significativi, che rafforzano la relazione tra impresa e comunità e ne hanno fatto il cardine dello sviluppo industriale del nostro Paese. Da ultimo, ma non per ordine di importanza, i musei d’impresa sono una realtà che sta diventando parte integrante dell’immagine della cultura italiana.

Si tratta di un esempio, tra i tanti, di un rapporto virtuoso tra pubblico e privato, favorito di recente anche da intelligenti politiche di incentivo – come l’art bonus – che oggi andrebbero potenziate.

E proprio ora che la pandemia ha costretto alla chiusura al pubblico di molti poli culturali, con il settore turistico in agonia e il conseguente impatto negativo sull’occupazione e sulle imprese del settore, non dobbiamo perdere le ragioni di questo impegno, che è nel Dna degli imprenditori come attori sociali del Paese.

Per questo non ritengo corretto, tantomeno possibile, pensare a un ruolo esclusivo dello Stato e del sistema pubblico nell’ambito culturale, poiché l’apporto di competenze manageriali e di risorse, non solo materiali, che il settore privato può dare, accrescerebbe la valorizzazione del nostro patrimonio culturale e la sua promozione nel mondo con ricadute positive sull’intero sistema Paese.

È necessario chiamare all’appello tutti i soggetti della nostra comunità nazionale che operano nel settore culturale, riconoscendo il valore di ogni contributo nel custodire al meglio il nostro ineguagliabile patrimonio di storia, arte, paesaggio. Come imprenditori siamo chiamati dunque a un rinnovato patriottismo in nome della nostra cultura, che va riconosciuta come componente strutturale del tratto distintivo italiano sulla scena mondiale.

Ritengo che il valore aggiunto del nostro Paese, nelle imprese come nella cultura, si trovi nell’armonia tra il grande e il piccolo, la città e la campagna, la storia e il futuro di un paesaggio, segnato nei secoli dal lavoro dell’uomo.

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