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Alleanze industriali per dare autonomia strategica all’Europa

Ci volevano la pandemia e la guerra in Ucraina per mettere in sordina, almeno temporaneamente, le ricette del classico liberismo, rilanciando in varie forme l’appello dei governi sulle due sponde dell’Atlantico

di Fabrizio Onida

(rarrarorro - stock.adobe.com)

3' di lettura

Ci volevano la pandemia e la guerra in Ucraina per mettere in sordina, almeno temporaneamente, le ricette del classico liberismo, rilanciando in varie forme l’appello dei governi sulle due sponde dell’Atlantico in cerca di rinnovata competitività delle imprese nazionali sui mercati globali. Tutto ciò in presenza di una persistente turbolenza tecnologica e di strategie aggressive da parte di regimi più o meno autoritari come la Cina soprattutto, ma anche Taiwan e Corea del Sud.

L’amministrazione Biden negli Stati Uniti con l’Inflation reduction act (Ira) del 2022 prevede di erogare sussidi per 369 miliardi di dollari (356 miliardi di euro) alla fabbricazione domestica di batterie elettriche, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici e infrastrutture per l’idrogeno. Non solo: vengono imposti vincoli di contenuto locale (local content) nei numerosi componenti intermedi di questi stessi prodotti, che spesso vengono importati. In aggiunta i consumatori americani potranno beneficiare di crediti d’imposta sull’acquisto di veicoli elettrici fino a 7.500 dollari per mezzo, anche qui superando i requisiti di un significativo contenuto locale nei componenti intermedi. Sussidi pubblici alla produzione (non all’esportazione, che violerebbero le regole della Wto) così massicci e mirati stanno già inducendo importanti gruppi europei, come la svedese Northvolt Peter Carlsson e la danese Vestas, a prevedere importanti rilocalizzazioni dei propri investimenti sul territorio americano. Per inciso, pur con le riserve dovute alla disponibilità e qualità dei dati statistici, va segnalato che apposite simulazioni sul modello Metro, utilizzato dall’Ocse per calcolare l’impatto di misure restrittive lungo le filiere a monte e a valle del commercio internazionale, concludono che le politiche basate su vincoli al local content possono magari avere successo nel breve termine, ma rischiano di danneggiare seriamente la competitività
del Paese su un arco temporeale medio-lungo.

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Ma veniamo al tema di fondo dell’efficacia degli aiuti di Stato, tema peraltro caro a Giuliano Amato che con ironico distacco l’ha trattato nell’agile libretto Bentornato Stato, ma (Il Mulino 2022). Per scongiurare scenari di emorragia industriale conseguenti a una vera e propria guerra dei sussidi, Bruxelles ha attivato una task force nell’ambito del Ttc (Trade and technology council) euro-americano. E si prepara a rivedere le norme sugli aiuti di Stato, in nome di quella autonomia strategica («strategic dependencies and capacities») che dal 2020 è diventata un mantra di ripetuti documenti sottoposti dalla Commissione all’attenzione del Consiglio e dei singoli governi dei Paesi membri, come contributo alla formazione di «una nuova strategia industriale».

Proprio sul divieto di aiuti di Stato il recente European chips act introduce rilevanti aperture in un settore ad alta intensità di capitale e soggetto a continua innovazione, con un mercato dominato da grandi aziende asiatiche e americane tutte sostenute da sussidi pubblici: un quadro in cui il divieto di aiuti di Stato nella Ue ha rappresentato «un obiettivo freno allo sviluppo della ricerca e degli investimenti delle aziende europee» (Franco Bassanini, prefazione a L’industria dei microchip: la strategia dell’Europa nella competizione internazionale per la collana Astrid di Passigli Editori 2022). Stefano Firpo, già capo di gabinetto di Vittorio Colao al ministero per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale, cita l’esempio delle macchine litografiche dove il leader mondiale è un produttore europeo.

Beninteso, autonomia strategica non deve essere sinonimo
di sovranità, indipendenza, unilateralismo, o peggio di nostalgia autarchica. Si vuole invece che l’Europa non dipenda in modo vincolante dall’importazione di prodotti e attrezzature necessarie
per restare protagonista attiva e tempestiva dei profondi e rapidi cambiamenti tecnologici nella domanda mondiale, nello spirito più autentico dei padri fondatori richiamato all’art. 173 del Tfue laddove si propone di «accelerare l’adattamento dell’industria
alle trasformazioni strutturali».

Riguardando la storia recente della direzione Concorrenza della Commissione europea, colpisce il passaggio dall’approccio à la Vestager (difesa strenua della concorrenza interna al single market) a linee d’azione come la promozione attiva di forme di partnership tra imprese continentali in funzione di ben delineate missioni, alimentando la diffusione di «ecosistemi industriali», il pieno sostegno ad «alleanze industriali», l’importanza del discovery process in collaborazione tra mondo accademico, settore privato e società civile.

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