I NODI IRRISOLTI DELLE POLITICHE ATTIVE

Alleanze Pa-privati contro la pandemia occupazionale

Lo Stato non può erogare servizi specialistici sul lavoro: indichi gli standard e aiuti le Regioni deboli

di Francesco Verbaro

Ecco il Patto per l'innovazione del lavoro pubblico

3' di lettura

Sono mesi ormai che proroghiamo blocco dei licenziamenti e cassa integrazione Covid-19, ma non ci siamo preoccupati se non a parole di organizzare quelle politiche per il lavoro da più parti invocate. Le politiche attive non si creano per decreto legge e quindi non potranno attivarsi automaticamente dopo l’ultima proroga del blocco dei licenziamenti.
Negli anni di conflitti tra Stato e Regioni e tra pubblico e privato quanto mai ideologici non siamo riusciti a creare nulla che potesse somigliare a uno dei tanti esempi di welfare to work promossi dagli altri Paesi europei.

Non abbiamo una visione e una capacità amministrativa per mettere in piedi politiche in grado di prendere in carico i tanti che sono stati e saranno espulsi dal mercato del lavoro. Finora hanno pagato donne e giovani con un incremento degli inattivi e un calo dei contratti flessibili. Nei prossimi mesi toccherà agli insider per eccellenza, uomini e adulti.

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In Italia, oltre a erogare cassa e sussidi (non sempre tempestivamente) non riusciamo a fare altro. Difficile immaginare che riusciremo a organizzare delle politiche attive rilanciando i famosi, per inutilità, centri per l’impiego. Se andrà bene potremo erogare un voucher a ogni soggetto che ha perso il lavoro per spenderlo in servizi di assessment, orientamento e riqualificazione. Un’azione importante di politica attiva da mettere in campo prima possibile.

Finora solo proclami

Un Paese che ha cambiato le norme sul diritto del lavoro e sui contratti flessibili quattro volte in dieci anni o che crea per la prima volta un’agenzia nazionale per le politiche attive per il lavoro a invarianza di spesa, saccheggiandola o rafforzandola a ogni cambio di governo, è difficile che possa andare oltre i proclami o condivisibili enunciazioni. Scontiamo e sconteremo anche in questo ambito le differenze territoriali in termini di capacità amministrativa.

Serve almeno in questa fase emergenziale mobilitare pubblico e privato a tutti i livelli di governo. Dobbiamo cambiare approccio. Non possiamo attendere che si realizzi l’ennesimo piano di rafforzamento o riorganizzazione dei centri per l’impiego, con i nostri classici divari regionali e il nostro federalismo informatico. Abbiamo bisogno di avere un coordinamento nazionale sui sistemi informativi e gli standard di servizio, per coinvolgere il maggior numero di soggetti, centri per l'impiego, agenzie private, enti di formazione pubblici e privati, fondi interprofessionali, associazioni e parti sociali secondo un approccio di prossimità.

Via al fascicolo elettronico del lavoratore
Condividendo i dati riusciremo a rivedere gli attuali inutili e burocratici procedimenti amministrativi e a mobilitare l’ampia platea di attori competenti nel settore dei servizi al lavoro. Al contempo occorre consentire ai lavoratori di scegliere i servizi per il lavoro migliori, prescindendo dal luogo di residenza. È l’occasione per attivare il fascicolo elettronico del lavoratore, necessario sia per favorire mobilità e ricollocazione sia per responsabilizzare imprese e lavoratori sul diritto/dovere alla formazione e all’aggiornamento.

Le misure progettate negli ultimi anni, come il reddito di cittadinanza con l’assegno di ricollocazione, sono fallite per la mancata organizzazione di servizi accessibili da remoto, per la mancanza di banche dati e servizi interconnessi e l'assenza di personale qualificato nel settore pubblico.

Oggi con i lavoratori della Pa in smart working per oltre il 50% e pochissimi servizi interattivi, come la presa in carico, l’assessment, l’orientamento, rischiamo di far fallire anche le nuove misure come assegno di ricollocazione e garanzia di occupabilità dei lavoratori. Soprattutto al Sud. Meglio quindi un potenziamento mirato dell’Anpal avviando una collaborazione strutturale con l’Inps. Di fronte alla pandemia occupazionale dovremo essere pronti a fornire servizi immediati di orientamento e riqualificazione, per evitare l’ennesimo spreco di capitale umano.

Il riposizionamento dello Stato
Lo Stato in questo caso deve sapere che non può essere un erogatore di servizi specialistici sul lavoro, non ha le competenze e non saprebbe attrarle, ma deve essere abilitante e verificare che vengano offerti servizi di qualità a chi ne ha bisogno, attraverso semplificazione e tecnologie come la blockchain. Assurdo discutere ancora se coinvolgere le agenzie per il lavoro o gli enti di formazione.

Lo Stato deve definire gli strumenti informativi e gli standard per assicurare su tutto il territorio l’accesso alle politiche attive, aiutando le Regioni più deboli con un approccio sussidario, proponendo un modello organizzativo semplice e veloce di accesso ai servizi per disoccupati e inattivi. Tutto questo, guardando le Gazzette ufficiali del nostro Paese, doveva già esserci. E da tempo.

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