il voto al parlamento ue

Allevatori europei sconfitti: anche quello vege può chiamarsi hamburger

Non passa l’emendamento per vietare di paragonare alla carne i prodotti sintetici. Coldiretti e Assocarni: ora serve un divieto nazionale

di Micaela Cappellini

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(Maria_Savenko - stock.adobe.com)

Non passa l’emendamento per vietare di paragonare alla carne i prodotti sintetici. Coldiretti e Assocarni: ora serve un divieto nazionale


3' di lettura

Gli allevatori europei hanno perso la loro battaglia: l’hamburger “impossibile” potrà chiamarsi “hamburger” anche se non contiene nemmeno un grammo di carne. Al Parlamento europeo non passa nessuno degli emendamenti, sostenuti da tutte le principali associazioni degli agricoltori italiani ed europei, che volevano limitare l'uso delle denominazioni di carne ai soli prodotti di origine animale. Così, si potrà continuare a paragonare alla carne quello che carne non è: per esempio, chiamare “hamburger” una polpetta di soia, o “salsiccia” un prodotto di sintesi .

Gli investimenti delle multinazionali

L'Europarlamento insomma salva il “veggie burger”, il cosidetto “hamburger impossibile”, schierandosi così dalla parte di tutte le grandi multinazionali, da Nestlé a Unilever, da Burger King a McDonald’s, che si sono lanciate in questo business. Business che, peraltro, sembra promettente: l'anno scorso in Europa le vendite di carne sintetica hanno già sfiorato il miliardo di euro, con 208 milioni di pezzi venduti e una crescita del 38% rispetto a due anni prima.

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Nella Ue la carne sintetica rappresenta solo l'1% di tutta la carne venduta, ma sono parecchi gli analisti pronti a scommettere che nel giro di pochi anni potrebbe facilmente ritagliarsi una fetta di mercato di 12 miliardi di dollari.

La protesta delle associazioni di categoria

Le associazioni agricoleperò non demordono e promettono di dare ancora battaglia, per tutelare gli allevatori. «Ora serve una norma nazionale per fare definitivamente chiarezza su veggie burger e altri prodotti che sfruttano impropriamente nomi come mortadella, salsiccia o hamburger - ha detto il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini -–e questo per evitare l'inganno ai danni del 93% dei consumatori che in Italia non seguono un regime alimentare vegetariano o vegano».

I coltivatori diretti puntano il dito proprio contro le multinazionali: «Investono su carni finte, vegetali o create in laboratorio, puntando su una strategia di comunicazione subdola che approfitta della notorietà delle nostre denominazioni della filiera per attrarre i consumatori e indurli a pensare che questi prodotti siano dei sostituti, per gusto e valori nutrizionali, della carne. Permettere a dei mix vegetali di utilizzare la denominazione di carne significa favorire prodotti ultra-trasformati con ingredienti dei quali spesso non si conosce nemmeno la provenienza, visto che l'Unione importa ogni anno milioni di tonnellate di materia prima vegetale».

Anche Assocarni chiede l’intervento del governo italiano: «Quello europeo - ha detto il presidente di Assocarni, Luigi Scordamaglia - non è un via libera all'uso sconsiderato delle denominazioni, resta sempre possibile ottenerne il divieto a livello nazionale, bypassando la perdurante paralisi decisionale a cui l'Europa ci ha ha abituati». Il riferimento è alla possibilità di procedere attraverso pronunciamenti da parte della Corte di Giustizia, così come già accaduto con il latte, o con l'iniziativa di singoli stati membri così come già fatto da Spagna e Francia.

Insoddisfatto del voto Ue, infine, anche il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, che è anche vicepresidente del Copa-Cogeca, l’associazione che riunisce tutti gli agricoltori a livello europeo: «L'Europarlamento ha bocciato gli emendamenti che avrebbero bloccato l'uso di denominazioni ingannevoli per alimenti di origine vegetale spacciati per hamburger, salsicce o bistecche di carne. La posizione va contro la trasparenza per la quale Confagricoltura si batte da tempo, a favore dei consumatori e delle imprese zootecniche. Continueremo ora la battaglia in tutte le sedi istituzionali per garantire la correttezza delle informazioni, la trasparenza verso il consumatore, nonché per tutelare gli interessi delle imprese del settore zootecnico, portabandiera del Made in Italy nel mondo».


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