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Allo Stato un ruolo di controllo (effettivo)

di Cesare Mirabelli

(Ansa)

3' di lettura

Il crollo di Genova ha aperto un dibattito su responsabilità e azioni da intraprendere, mentre sono ancora da accertare le cause dell’evento.

Ed è comprensibile che molte reazioni manifestino una casualità di indicazioni con l’emotività che caratterizza ogni simile vicenda. Dalle istituzioni ci si attende una risposta razionale alle questioni complesse che questo evento apre. Mentre dalla società concessionaria l’assunzione delle eventuali responsabilità legate al rischio dell’attività di impresa.

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Le questioni più complesse riguardano non tanto il risarcimento dei danni che fanno capo alla società concessionaria che gestisce l’autostrada quanto i rapporti tra questa e lo Stato. A questo proposito le varie dichiarazioni politiche sono apparse dettate più nell’urgenza di manifestare reattività, che non espressione di una valutazione dell’effettiva percorribilità e convenienza delle soluzioni proposte.

Due i principali poli di discussione: estinguere comunque, anche con atti unilaterali, il rapporto con la società concessionaria; restituire, se necessario mediante una nazionalizzazione, le autostrade alla gestione statale o comunque pubblica, per definizione più sicura e comunque economicamente più conveniente.

Ciascuna di queste linee presenta aspetti che riguardano la cornice costituzionale. Anche quella che il Governo ha sinora impostato, collocando la sua azione nel quadro della convenzione e delle regole che disciplinano il rapporto con la società concessionaria. L’atto di contestazione rivolto alla società, con l’affermata “caducazione” della concessione, è aperto sia alla decadenza per grave inadempimento, sia alla revoca nell’interesse pubblico o alla risoluzione del rapporto. Nella decadenza il grave inadempimento del concessionario dovrebbe far venir meno la concessione senza indennizzo. Se questo fosse comunque previsto dalla convenzione e commisurato alle utilità future che la concessionaria potrebbe ricavare dalla gestione, sarebbe da porre in dubbio la legittimità di una clausola che può essere giustificata solo nel caso in cui la costruzione dell’opera pubblica e il finanziamento del relativo investimento fosse stato all’origine e fino all’ammortamento a carico della concessionaria. Negli altri casi, nei quali per un interesse pubblico viene sottratto al privato il bene, consistente nella titolarità dell’attività di gestione attribuita per un arco di tempo determinato, l’indennizzo risponde a un principio costituzionale. Manifesta una garanzia per l’iniziativa economica privata e per la “proprietà” dei diritti che derivano dalla concessione, che trova protezione negli articoli 41 e 43 della Costituzione. Le modalità della sua delimitazione e i criteri di quantificazione possono essere determinati dalla convenzione. L’esito finale sia della decadenza sia della revoca della concessione non è necessariamente l’esercizio statale della gestione autostradale, giacché potrebbe essere successivamente aperta la concorrenza tra imprese in una gara per una nuova concessione. Ma sarebbe da valutare in concreto la convenienza economica di questa operazione.

Diversa l’ipotesi di “nazionalizzazione”, espressione usata per ogni forma di nuova attribuzione allo Stato della gestione. La Costituzione non esclude questo percorso. A fini di utilità generale possono essere trasferite allo Stato o a enti pubblici determinate imprese o categorie di imprese relative a servizi pubblici essenziali, che abbiano carattere di preminente interesse generale. Questa valutazione è politica; ma il vincolo rigoroso è che lo disponga la legge e che sia previsto un indennizzo. C’è da chiedersi se questa prospettiva non chiuda la porta agli investimenti privati nella realizzazione di nuove opere pubbliche, senza sovraccarico per il bilancio statale. Come pure se per un efficace esercizio della funzione pubblica sia più appropriato ricorrere allo Stato imprenditore, o se invece non sia preferibile rafforzare il ruolo che gli è proprio, di regolamentazione e controllo delle attività di gestione di servizi pubblici affidati alle imprese. In questa ipotesi il percorso virtuoso condurrebbe alla condivisa revisione del regime delle concessioni, anche di quelle in essere, e la concorrenza nella loro attribuzione.

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