studio dell’università di liverpool

Allucinazioni e psicosi, l’amara eredità del coronavirus sul cervello

Non solo ictus, ma anche stato confusionale o bruschi mutamenti di personalità. Le conseguenze neurologiche e psichiatriche che il virus innesca

di Agnese Codignola

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Non solo ictus, ma anche stato confusionale o bruschi mutamenti di personalità. Le conseguenze neurologiche e psichiatriche che il virus innesca


3' di lettura

Ictus e allucinazioni, soprattutto. Ma anche psicosi, depressione, difficoltà di concentrazione e di memoria, micro-ictus e altre patologie di tipo sia neurologico che psichiatrico. C’è anche questo nell’eredità amara del Covid-19, soprattutto – ma non esclusivamente – nei pazienti ricoverati, specie se in terapia intensiva. I clinici se ne sono accorti da tempo, ma ora iniziano a essere rese note le pubblicazioni che lo certificano. Una delle più importanti è uscita su Lancet Psychiatry e descrive quanto accaduto a 125 pazienti ricoverati delle terapie intensive degli ospedali di tutta la Gran Bretagna nel momento di maggiore asprezza della crisi, in aprile. Gli autori, neurologi e psichiatri dell’Università di Liverpool, hanno riferito che la conseguenza più comune è l’ictus, che nella loro casistica ha colpito 77 persone (in 57 casi si è trattato di un ictus ischemico, causato da un trombo, in 9 di uno emorragico, in uno di una conseguenza di un’infiammazione del cervello nota come encefalite).

Stati confusionali e disturbi dell’umore

Ma oltre a questi, 39 malati si sono ritrovati in uno stato confusionale o hanno avuto bruschi mutamenti di personalità, e 23 hanno avuto una vera psicosi, o visto esordire la loro demenza prima assente (almeno a livello clinico), o un disturbo dell’umore. Naturalmente non sarebbe corretto estendere a tutti coloro che hanno contratto il virus questi dati (non è ciò che si vede nelle centinaia di migliaia di persone che hanno superato l'infezione a casa), né si può escludere che si sia trattato, in molti casi, di patologie preesistenti che sono state improvvisamente esacerbate dalla tempesta del Covid-19. Tuttavia, notano gli autori, e sottolineano alcuni esperti interpellati in un reportage della Bbc, sembra esserci una serie di conseguenze specificamente a carico del cervello, almeno in una parte di malati.

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Il coronavirus infetta il cervello

Sulle cause della stessa ci sono diverse ipotesi. Innanzitutto, secondo un lavoro pubblicato su Altex, i test su mini unità cerebrali in vitro chiamate Brain Spheres, messe a punto e brevettate (e quindi standardizzate e già in uso per gli studi sperimentali) dalla Johns Hokpins University di Baltimora hanno confermato che il virus infetta direttamente il cervello, superando la barriera di vasi che dovrebbe proteggerlo, chiamata emato-encefalica. Inoltre tra gli elementi distintivi della malattia c’è la tendenza a formare trombi e aggregati piastrinici, resa ancora più potente dalle conseguenze dell’iper-infiammazione.

E poi ci sono le condizioni di questi malati, che sembrano essere fatte apposta per innescare malattie come quelle segnalate. Tra i fattori ineludibili che aumentano in misura esponenziale il rischio ci sono infatti la scarsità di ossigeno che giunge ai tessuti (cervello compreso), la ventilazione forzata, la sedazione profonda, la mancanza di sonno, la prolungata immobilità, l'assenza di relazioni sociali (perfino col personale, nascosto sotto i dispositivi di protezione), oltre all'impiego di farmaci quali il sedativo propofol, le benzodiazepine, gli oppiacei, dati in aggiunta alle normali terapie e a quelle somministrate contro il Sars-Cov-2: un mix micidiale.

Quando arriva il delirio ospedaliero

In molti si scatena quello che viene chiamato delirio ospedaliero, fortunatamente reversibile ma spaventoso per chi lo vive, come si capisce leggendo un reportage pubblicato nei giorni scorsi dal New York Times, che ha raccolto le testimonianze di diversi pazienti. E in tanti altri, appunto, sopraggiungono malattie cerebrovascolari o psichiatriche. Per monitorare le conseguenze sulle funzioni cognitive superiori il neurologo canadese Adrian Owen ha lanciato una raccolta di dati a livello internazionale, per verificare se, nel tempo, tra i sopravvissuti ci saranno conseguenze cognitive quali la demenza, peraltro non emerse dopo la Sars e la Mers, e per capire in generale che cosa accade dopo la guarigione al sistema nervoso.

Come in «Risvegli»

C’è infatti molta preoccupazione per le sequele a lungo termine, e il paragone che diversi neurologi fanno non è con le altre infezioni da coronavirus, comprese la Sars e la Mers, ma con un’altra terribile pandemia: la Spagnola, causata da un virus influenzale. Allora, per i 10-20 anni successivi, in tutto il mondo ci fu oltre un milione di casi di una malattia devastante, le cui origini rimasero in gran parte sconosciute, l’encefalite letargica, che riduce i pazienti a vegetali, e che il neurologo Oliver Sacks raccontò nel suo celebre libro «Risvegli». La speranza è che, trattandosi di virus completamente diversi, questi esperti si sbaglino.


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