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Alluminio da record: si specula sui tagli negli impianti cinesi

di Sissi Bellomo

(Imagoeconomica)

2' di lettura

La Cina chiude per smog e l’alluminio sale di prezzo. Il metallo ha di nuovo aggiornato il record da 5 anni al London Metal Exchange (Lme), toccando quota 2.215 dollari per tonnellata.

A riaccendere gli acquisti sul mercato londinese ha contribuito l’ennesimo calo delle scorte nei magazzini di borsa: le ultime consegne, per 3.975 tonnellate, le hanno ridotte a 1,2 milioni di tonnellate, il livello più basso da settembre 2008.

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L’attenzione degli operatori è però rivolta soprattutto a Pechino e alla vicina entrata in vigore del piano anti-inquinamento, che nei mesi invernali imporrà di rallentare le produzioni industriali più inquinanti.

Molti impianti cinesi hanno già fermato o rallentato la produzione, in anticipo rispetto al 15 novembre, data ufficiale di entrata in vigore del piano, che durerà fino al 15 marzo. Per l’alluminio è prescritto un taglio del 30% della capacità, ma calcolare esattamente di quanto si ridurrà l’offerta è un vero e proprio rebus per gli analisti.

L’affidabilità dei dati provenienti dalla Cina è quanto meno dubbia: il Governo centrale fatica a controllare la veridicità delle comunicazioni da parte delle autorità locali, anche se le ispezioni si sono moltiplicate e sono diventate molto più severe ed efficienti rispetto al passato.

Le statistiche subiscono frequenti e importanti aggiustamenti. E per l’alluminio, fa notare Andy Home, analista di Reuters, c’è stata di recente una correzione davvero macroscopica alle cifre della China Non Ferrous Metals Industry Association (Cnia), che vanno ad aggiornare i database dell’International Aluminium Insititute: è saltato fuori addirittura un milione di tonnellate di produzione in più, per ora inserite nella categoria «unreported».

Molti analisti pensano che il metallo fantasma – evidentemente prodotto in modo illegale o comunque da impianti che non rispettano le direttive di Pechino – sia in realtà molto di più di quello appena scoperto dalla Cnia: forse addirittura 6 milioni di tonnellate, ossia un decimo della produzione globale.

D’altra parte, se le scorte Lme si sono ridotte ai minimi da nove anni, quasi dimezzandosi nell’ultimo anno, nei magazzini della Shanghai Futures Exchange (Shfe) non c’è mai stato tanto alluminio: le giacenze hanno raggiunto il record storico di 615.370 tonnellate il 20 ottobre.

C’è comunque un’altra variabile che potrebbe modificare gli scenari, almeno nel breve: se l’alluminio per ora non scarseggia, in Cina comincia però a mancare l’allumina, a sua volta derivata dalla bauxite.

I tagli anti-smog e le ispezioni ambientali hanno investito anche queste materie prime, con una rapidità e un’intensità impreviste. C’è stato una sorta di effetto domino: molte miniere cinesi di bauxite hanno chiuso, accentuando e anticipando il calo di produzione di allumina, che si pensava sarebbe avvenuto solo nei mesi invernali.

C’è quindi stata una corsa all’acquisto da parte delle fonderie di alluminio primario, che probabilmente non avevano messo da parte forniture sufficienti. Le importazioni di Pechino sono letteralmente esplose: +46% per quelle di bauxite e +123% per quelle di allumina in agosto.

La conseguenza è stata un’impennata dei prezzi, in particolare dell’allumina: l’indice del Metal Bulletin (fob Australia) registra un rialzo di oltre il 70% da maggio, che l’ha portato a sfiorare 470 $/tonnellata, un record almeno dal 2010, quando sono cominciate le rilevazioni.

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