LASSÙ QUALCUNO CI LEGGE/ 1

Allunaggio 1967: un apocrifo

Da sempre la volta celeste ha ispirato romanzi che mescolano realtà e fantasia. Ma se la fantascienza vi sembra una letteratura solo per appassionati, questi racconti scritti per “IL” da tre autori non di genere vi convinceranno che non è così

di Andrea Tarabbia

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Altec Turin, Area Modelli Altec (Credit: Alessandro Albert)

Da sempre la volta celeste ha ispirato romanzi che mescolano realtà e fantasia. Ma se la fantascienza vi sembra una letteratura solo per appassionati, questi racconti scritti per “IL” da tre autori non di genere vi convinceranno che non è così


5' di lettura

Pare che Milo Dalessandro abbia conosciuto il suo futuro datore di lavoro, Stanley Kubrick, nel 1971, quando lavorava come fattorino a Londra e gli consegnò l'enorme fallo dondolante in vetroresina con cui, in Arancia meccanica, Alex uccide la donna dei gatti. All'epoca, Kubrick aveva bisogno di un autista, e Dalessandro di un impiego stabile: aveva fatto il pilota, poteva fare il factotum per il regista.

Altec Turin, Area Modelli Altec. Tutte le fotografie di questo pezzo sonodi Alessandro Albert

Di Kubrick aveva visto soltanto Orizzonti di gloria, peraltro senza rimanerne impressionato, ma un paio d'anni prima aveva sentito parlare di un lungo e lentissimo film di fantascienza che il regista aveva girato, e si era vagamente interessato a una polemica che, allora, nessuno poteva immaginare sarebbe sopravvissuta fino ai giorni nostri: nessun uomo era mai andato davvero sulla Luna, era stato Stanley Kubrick, assoldato dalla Nasa, a ricostruire in un teatro di posa inglese un frammento del satellite e, approfittando del know-how acquisito durante le riprese di 2001: Odissea nello spazio, a girare le sequenze in cui Armstrong e Aldrin passeggiano sulla superficie lunare, mettendo di fatto in scena uno dei più grandi inganni del XX secolo.

In Io e Stanley, il libro di memorie in cui racconta il rapporto di collaborazione e amicizia avuto per 30 anni con il regista, Dalessandro non fa cenno a 2001 e alle dicerie sull'allunaggio, poiché il film fu girato due anni prima dell'incontro con Kubrick e dunque non fa parte delle esperienze che i due uomini ebbero in comune. Ma l'incipit del quinto capitolo dell'autobiografia, così come si presenta oggi, è straordinariamente sciatto e monco, e sembra scritto da una mano che non è quella puntigliosa e devota di Dalessandro.

Si passa con una certa fretta dalla fine delle riprese di Barry Lyndon (1975), all'ideazione e alla realizzazione di Shining (1980), tralasciando quasi del tutto alcuni momenti chiave della vita di Kubrick, come l'acquisto, avvenuto nel 1978, di Childwickbury Manor, la residenza a Nord di Londra dove la vedova abita ancora oggi e dove riposano le spoglie del regista. L'omissione è di una certa rilevanza, poiché Dalessandro, di fatto, amministrò la tenuta fino al pensionamento e Childwickbury divenne il centro della sua vita e di quella di Kubrick, che la usò come abitazione, centro di produzione e, talvolta, perfino set.

Altec Turin, modello ISS in scala 1:10.

Dunque perché in Io e Stanley quasi non se ne parla? Sono state fatte molte congetture, quasi tutte verosimili e perciò false, intorno a questa omissione. E anche quella che segue potrebbe essere una mistificazione e una fantasia. La fonte è però attendibile: Milo Dalessandro stesso, che in più punti dell'autobiografia fa riferimento al fatto che Kubrick non permettesse a nessuno, tranne a lui e ai più stretti collaboratori, di avvicinarsi alle stalle di Childwickbury, che a partire dal 1979 avevano subito una grande ristrutturazione che era consistita per lo più in lavori di scavo e consolidamentodelle fondamenta (questo, sia detto en passant, in barba alle direttive dell'English Heritage Trust), che le avevano rese «un enorme deposito della memoria dei set e degli oggetti di scena usati nei film di Stanley: lì ancora oggi si trovano i modelli del labirinto di Shining, pezzi della New York ricostruita per Eyes Wide Shut, il prototipo della bomba del Dottor Stranamore e, naturalmente, la nave».

Ma perché scavare e consolidare le fondamenta di un edificio che deve contenere memorabilia e oggetti di scena? E soprattutto: che cos'è la nave? Kubrick non ha mai fatto un film ambientato sugli oceani: è dunque evidente che “la nave” sia una delle astronavi di 2001, presumo quella utilizzata per la Missione Giove; ma su ogni pubblicazione dedicata al film le astronavi sono descritte come modellini lunghi qualche metro, leggeri e maneggevoli come giocattoli – niente insomma che preveda lavori di scavo per essere conservato. Ci deve essere dell'altro.

Raggiunto al telefono, Dalessandro, che ormai ha quasi ottant'anni e vive ritirato in un paesino del Centro Italia, dice di non ricordare e che, se è vero che ha sempre avuto libero accesso a ogni anfratto di Childwickbury, nelle stalle non ci è andato quasi mai, «soprattutto negli ultimi anni». Ma poi aggiunge, sornione: «Stanley diceva sempre che non capiva il motivo di tanto stupore e mistero di fronte a 2001: per lui non c'era nessun significato allegorico, nessuna filosofia. Ha sempre detto che il suo intento era quello di mettere in scena la verità. Scherzando, chiamava il film “il mio reportage dal futuro”».

Così, rinfrancato da questa piccola concessione, decido di buttarmi, fingo di sapere cose che non so e, rischiando il ridicolo, dico: «Allora è come pensavo. Kubrick non ha ricostruito in studio l'allunaggio; è stato lui stesso sulla Luna, e molte delle immagini usate per 2001 sono le riprese che lui fece quando era lassù». Segue un istante di silenzio, ma poi, all'improvviso, Dalessandro si lascia andare: «Lui diceva di poter fare un film solo a patto di aver vissuto sulla propria pelle almeno un grammo dell'esperienza sensoriale che voleva mettere in scena. Quando gli dissi, verso la fine degli anni Settanta, che in ogni suo film ero in grado di riconoscere qualcosa che veniva direttamente dalla sua vita tranne che in 2001, lui rispose dicendo che è un'opera che parla della nascita e della conoscenza, e che lui aveva attraversato entrambe le cose; ma era chiaro che non mi stava dicendo tutto. Così mi condusse in un luogo non lontano da Childwickbury, un vecchio hangar in disuso dai tempi della guerra (allora non erano ancora cominciati i lavori di ristrutturazione delle stalle). Mi disse: “Di me sai ormai ogni cosa, Milo, tranne la più grande”. Entrammo nella struttura, fuori pioveva e c'era freddo, e dentro era illuminato male. Ma ciò che vidi lo ricordo bene, perché, ecco, la nave, la nave vera, enorme, era là. “Quello del 1969 non fu il primo allunaggio”, disse Stanley, “ma il quinto: non si va in diretta mondiale con un esperimento che può finire in catastrofe o in farsa. Il primo viaggio fu nel 1967: allora stavo lavorando già al film, ed ero in contatto con la Nasa a cui avevo chiesto delle consulenze e il permesso di riprodurre dei prototipi da loro mai realizzati. Mi risposero che avevano qualcosa di meglio per me: cercavano qualcuno che documentasse le prove generali di una missione segreta. Per due volte, nel '67 e nel '68, sono stato lassù, con un mirino e una piccola camera portatile.

Quando le prove finirono e l'Apollo 11 poté partire chiesi di poter usare per il film certe inquadrature che loro avevano scartato, le rallentai e le montai sulla musica. Nel 1970 comprai questo prototipo che non sapevano dove custodire, perché era la prova che avevano mentito al mondo, anche se nel modo opposto a quello che generalmente si crede”. Questa è la storia», conclude Dalessandro. «Siamo in tre a saperla: Christiane Kubrick, io e ora anche lei. Non so perché gliel'ho raccontata, o forse sì: perché ho quasi ottant'anni e Christiane quasi novanta. La tenga per sé il più a lungo possibile, ma non la dimentichi. Stanley Kubrick è stato sulla Luna: sembra una fantasia, invece non lo è. Lo fece, credo, soprattutto per poter realizzare il film, per potersi documentare e raccontare lo Spazio senza inganni né mistificazioni. Ha sempre voluto raccontare al mondo la verità. Era un uomo che non sapeva mentire».

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