parigi couture

Alta moda digitale con Schiaparelli (gli schizzi), Dior (i busti nel baule) e Valli (il lookbook animato)

Naomi Campbell inaugura questa stagione senza riti e senza madame in pompa magna, la prima digital fashion week iniziata lunedì a Parigi

di Angelo Flaccavento

3' di lettura

Il conto alla rovescia termina alle nove precise: sul sito ufficiale della Federation de la Couture parigina è Naomi Campbell, capelli stirati e tshirt che urla PHENOMENALLY BLACK, a dichiarare aperta la prima digital fashion week. Ironia della sorte, è la couture - quanto di più analogico la moda contemporanea abbia da proporre - a inaugurare questa stagione senza riti e senza madame in pompa magna. Per essere un evento di così bruciante novità - novità, certo, forzata dallo stato della attuale emergenza sanitaria - la scelta del personaggio appare alquanto retriva.

La retorica del messaggio, invece, è un ossequio forzato ai trend topic del momento, inclusione in primis: un esercizio oratorio privo di vero significato nella esclusiva enclave dell'alta moda, laddove gli abiti corteggiano un pubblico di privilegiati che se li possono permettere e che hanno anche le occasioni per sfoggiarli. Per fortuna che queste clienti esistono, comunque: è così che il saper fare degli atelier puó sopravvivere, evolversi e tramandarsi. Oggi, peró, si comunica in modo forzato e impanicato sull'onda degli eventi, e il risultato è una overture che sa di passo falso.

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La moda si reinventa, sfilate virtuali. E Dior chiama Garrone

Va appena meglio da Schiaparelli: la collezione non c'è, perchè il direttore creativo Daniel Roseberry è rimasto bloccato a New York, lontano dagli atelier. È sostituita da una raccolta immaginaria di disegni e figurini, mostrati in un video nel quale le immagini di Roseberry che schizza ispirato su una panchina di Washington Square Park si mescolano a foto d'archivio, mentre sui fogli continuano a vorticare varie surrealtà, dai tacchi in posizioni incongrue agli abiti drappeggiati come sharpei o lunghi di pelo come levrieri afgani, per abbinamenti inusitati tra cane e padrone. Certo, l'immagine dello stilista che fantastica en plein air oscilla tra il clichè postbellico e il buonismo disneyano, ma la situazione rasserena. Gli abiti, assicura il comunicato, saranno realizzati nel corso dell'anno: la collezione immaginaria diverrà reale. Nell'impossibilità della sfilata, la moda sperimenta nuovi linguaggi e nuove forme di presentazione.

Manca l'adrenalina dell'evento live, certo, ma non sempre è un male. Maria Grazia Chiuri, da Dior, abbandona ad esempio la narrativa femminista - a volte forzata, quasi sempre formulaica - per abbracciare l'emozionalità immediata del mezzo filmico lavorando ad un corto, intensamente profumato di Ovidio e metamorfosi, introdotto da una sequenza d'atelier, con il regista Matteo Garrone. È una delle sue prove più riuscite: nonostante tutto il rutilare barocco di immagini fluviali, di ninfe e di fauni, di donne albero e donne lumaca, protagonisti sono gli abiti, e lo sguardo concupiscente che essi provocano nelle donne. Abiti drappeggiati come pepli o costruiti come architetture da indossare, prodotti in scala ridotta su busti di bambola - 40% di un corpo vero - e itineranti in un baule che ha la forma del palazzo di Avenue Montaigne, portato da due caddy boy in livrea. Garrone è un visionario mai astruso, un affabulatore che concepisce immagini in movimento accattivanti come spot: il suo sguardo amplifica il lavoro di Chiuri, lo carica di emozione. È un esperimento felice perchè poco lambiccato, facile invece che intellettualistico, e il fatto che i bauli con le bambole viaggeranno davvero per portar la collezione alle clienti, come usava un tempo, ne espande la portata. Tornano al centro i vestiti, capaci di scatenare il desiderio senza inutili sovrastrutture. In una scena, una ninfa, con lo sguardo, cerca l'approvazione del fauno per il vestito che le piace. Il femminismo è annullato con un balzo quantico all'indietro: lei validata da lui. La magia del vestimento, invece, decuplica.

Giambattista Valli concepisce un omaggio a Parigi, ora e sempre patria d'elezione. Lavorando per forza di cose ad una collezione più piccola del solito, Valli si concentra sui pilastri del proprio stile, architettonico e fremente, profondamente radicato nell'immaginario couture. Presenta la collezione con un video che è un lookbook animato, tagliato da brevi riprese in soggettiva della Ville Lumiere. Un prodotto di servizio, senza forzature artistiche, nel quale il proliferar di rouche e il friggere del tulle si possono almeno apprezzare da vicino. L'Elettra reinterpretata da Asia Argento per Antonio Grimaldi, invece, è pastiche che sa di farsa più che di tragedia. Gli abiti, peró, hanno una loro dignità sartoriale.

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