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Altro che boom economico, se va bene sarà un anno «flat»

di Rossella Bocciarelli

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3' di lettura

Non entriamo nel 2019 con prospettive particolarmente entusiasmanti, per usare il linguaggio satinato del Presidente del Consiglio. Banca d’Italia descrive il concetto con la forza dei numeri: quest’anno la crescita non supererà lo 0,6%, 0,4 punti in meno delle precedenti previsioni di via Nazionale e anche del target che il Governo si è dato per il 2019. Né si può dire che ci sia aria di boom economico in seguito: lo sviluppo previsto dal Bollettino economico di via Nazionale non supererà lo 0,9% nel 2020 e l’uno per cento nel 2021.

Questo grigiore che ci tocca in sorte, in ogni caso, non è nemmeno da disprezzare. È infatti anche il risultato di alcuni sviluppi favorevoli che hanno evitato il peggio sui mercati finanziari: i premi per il rischio sovrano sono scesi e lo spread con i titoli tedeschi si è ridotto di 65 punti base rispetto ai massimi di novembre 2018, mentre si sono attenuati i movimenti di capitale in uscita dall’Italia, per effetto dell’accordo fra il Governo italiano e la Commissione europea sui programmi di bilancio.

Ma il fatto è che l’ultimo scorcio del 2018 è andato davvero male per l’economia reale, come testimonia il crollo della produzione industriale avvenuto in Italia oltre che in Germania e in Francia. Il Bollettino di via Nazionale non pronuncia mai la parola recessione tecnica, quella che si determina quando per due trimestri consecutivi la performance dell’economia ha il segno meno davanti. E tace non per scaramanzia ma perché per averne la certezza occorre attendere i dati Istat del 31 gennaio prossimo. Sta di fatto però, come documenta un piccolo grafico con le stime di Palazzo Koch sul Pil del quarto trimestre 2018, che le previsioni possibili per la più recente performance dell’economia italiana oscillano fra 0 e -0,2% e che la stima centrale è -0,1 per cento. L’attività produttiva potrebbe insomma essersi ridotta anche tra ottobre e dicembre scorsi, lasciando un’eredità di recessione al 2019.

La dinamica del commercio internazionale ha fortemente ridotto la domanda estera e ha ridimensionato i programmi di investimento delle imprese, come mostra anche l’ultima indagine trimestrale Banca d’Italia-Il Sole 24 Ore. E se l’eredità statistica del 2018 ha il segno meno davanti, non è strano immaginare che quello 0,6% di crescita sia il meglio che ci si possa attendere per l’anno in corso: il Bollettino afferma infatti che i rischi statistici connessi alle nuove proiezioni sono tutti al ribasso.

Il rapporto della banca centrale, come di consueto, non fa previsioni sulla finanza pubblica. Non è utile cioè a capire se dopo le elezioni europee di maggio si renderà comunque necessaria, a causa del cattivo andamento dell’economia, una manovra per rendere credibile il target governativo del 2 per cento di indebitamento netto.

E tuttavia Bankitalia offre alcune stime assai istruttive per valutare la composizione dell’attuale politica di bilancio e quale sia il mix più adatto per contrastare eventuali cadute produttive. Si tratta del diverso impatto sull’economia di un 1% di spesa pubblica in più (o di un 1% di entrate fiscali in meno), a seconda che provenga da investimenti pubblici, da spese per trasferimenti (come sono gli interventi sul reddito e sulle pensioni) o da riduzioni del cuneo fiscale. Ebbene, secondo il modello econometrico di via Nazionale la maggiore efficacia, ai fini del sostegno all’economia, spetta agli investimenti (il moltiplicatore è vicino a uno già dal primo anno); seguono gli interventi di riduzione dei contributi sociali (moltiplicatore superiore all’unità dopo due anni). Invece, i trasferimenti alle famiglie hanno un moltiplicatore di reddito pari a 0,5 dopo tre anni: non sembrano un granché, insomma, come ombrello anti-recessione.

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