siderurgia

Am Investco: «Investiremo sull’Ilva per avere pieno regime»

di Domenico Palmiotti

(Lapresse)

3' di lettura

L’incontro di ieri al Mise ha segnato solo l’avvio della trattativa sull’Ilva tra sindacati metalmeccanici e nuovo acquirente Am Investco Italy. Il negoziato vero partirà dal 13 settembre e sarà serrato: si annuncia un confronto a settimana. Tuttavia, pur essendo stata una riunione interlocutoria, l’impressione dei partecipanti è che Arcelor Mittal, leader di Am Investco col suo 85% - il resto è di Marcegaglia -, abbia già le idee chiare di cosa fare dell’Ilva.

Per il primo step sindacale, Arcelor Mittal schiera un manager di primissima linea: l’ad dei laminati piani per l’Europa, Geert Van Poelvoorde. È lui il capo delegazione e anche se il confronto con i sindacati non è diretto ma ha bisogno dell’interprete, i concetti arrivano chiari. La prima cosa che Van Poelvoorde evidenzia è che il passaggio dell’Ilva in un gruppo mondiale come Arcelor Mittal non significherà chiusura, nè ridimensionamento. «Ma voi davvero - ha detto rivolgendosi ai sindacati - pensate che Arcelor Mittal possa disfarsi dell’Ilva, perchè è interessato solo al suo mercato, dopo essersi impegnato a spendere 4 miliardi tra prezzo di acquisto, interventi ambientali e investimenti industriali?. Nel lungo termine - ha ribadito il manager - intendiamo produrre al massimo della capacità, massimizzando le attività di finissaggio».

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Il primo messaggio, dunque, è stato quello di rassicurare i sindacati: l’Ilva sarà rimessa in pista. Ma, ha aggiunto Van Poelvoorde, dovrà anche integrarsi in Arcelor Mittal e seguirne le logiche che sono quelle dell’efficienza.

Così quando i sindacati hanno posto un tema delicato come quello dell’occupazione puntando a strappare un’ulteriore apertura - oggi l’Ilva ha 14.200 addetti e Arcelor Mittal, rivedendo l’offerta iniziale, si è già impegnato a ricollocarne 10mila dal prossimo anno e per tutto l’iter del piano sino al 2023 -, Van Poelvoorde è stato altrettanto chiaro.

Secondo quanto riferiscono fonti sindacali, il manager ha confermato i 4mila esuberi, che comunque verrebbero presi in carico dall’amministrazione straordinaria e utilizzati per le bonifiche o “coperti” con la cassa integrazione, e dichiarato che i 10mila al lavoro sono per Arcelor Mittal un numero adeguato a gestire il rilancio dell’acciaieria di Taranto. Sin dai prossimi incontri potrebbe essere presentata un’organizzazione del lavoro che indicherà l’impiego dei decimila addetti.

Un altro segnale è poi venuto sugli investimenti. «Noi - aggiunge Palombella - contestiamo sia l’esiguità delle somme previste per alcune aree produttive, che l’assenza di progetti per altre come nel caso dei tubifici. Arcelor Mittal ci ha risposto dichiarando che alcuni numeri sono indicativi, che ci sarà una verifica più puntuale sugli investimentie che il gruppo, in ogni caso, ha fornitori in grado di offrire costi più contenuti rispetto a quelli calcolati da Ilva».

Secondo i partecipanti all'incontro, da Van Poelvoorde sarebbe venuto un mix: spazio alle assicurazioni ma sottolineati anche i punti fermi. «Tutti siamo consapevoli, il Governo per primo, che sarà un percorso non facile - commenta il vice ministro Teresa Bellanova, al tavolo con uno dei tre commissari dell’Ilva, Piero Gnudi -. Allo stesso tempo, siamo consapevoli di come tutti condividiamo lo stesso obiettivo: rafforzare la struttura e i posti di lavoro. È bene ribadire in premessa come non ci siano lavoratori o siti di serie A e di serie B: in questa trattativa tutto è sullo stesso piano con uguale rilevanza e priorità».

Secondo Marco Bentivogli, segretario generale Fim Cisl, «il piano presentato ha una visibilità fino al 2023. Su alcuni aspetti, però, ci interessa capire come si arriva a quella data. Positiva, intanto, la notizia su ricerca e sviluppo e quella che si lavora su nuovi materiali e produzioni avanzate. Questo è fondamentale per rendere il gruppo competitivo. Vorremo pure avere - prosegue Bentivogli - maggiori dettagli su come utilizzare la logistica per favorire la complementarità tra i diversi siti italiani ed europei e la destinazione delle produzioni dei materiali più innovativi, un terreno su cui recuperare clienti. Singolare che Fca riceva acciaio dal Nord della Germania da Arcelor Mittal per le produzioni italiane di auto».

«Come Fiom e Cgil - dicono il segretario generale Francesca Re David e il segretario confederale Maurizio Landini - abbiamo ribadito, anche al Governo, che Arcelor Mittal non può acquistare il primo gruppo siderurgico italiano e il secondo mercato europeo senza farsi carico degli attuali livelli occupazionali in ogni stabilimento».

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