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Amaci coglie l’attimo dell’arte

L’Associazione dei musei del contemporaneo misura la febbre della performance durante e dopo la pandemia. Ne parla Marcella Beccaria, vicepresidente e capo curatrice del Castello di Rivoli

di Maria Adelaide Marchesoni

3' di lettura

Lo scorso 23 marzo AMACI (Associazione dei Musei di Arte contemporanea Italiani) ha dedicato alla Performance un'intera giornata di studio. Dal titolo «Cogli l'attimo, carpe diem, seize the day» sono stati affrontati diversi temi tra cui la produzione, la documentazione, la trasmissione e la presenza nelle collezioni e negli archivi dei musei italiani. Organizzata con il sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura la giornata è stata curata da Marcella Beccaria (vicepresidente di AMACI e capo curatrice del Castello di Rivoli) che in questa intervista ci racconta dei vari aspetti che sono emersi nel corso della giornata di studio.

Castello di Rivoli


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Come è nata questa iniziativa?
Prima di rispondere volevo sottolineare che, rispetto al contesto iniziale quando abbiamo organizzato questo incontro di studio, la giornata si è svolta in un momento storico così drammatico. Tuttavia, non è forse un caso che la storia delle arti performative abbia tra i suoi esordi l'esempio di Hugo Ball ed Emmy Hennings, fondatori dello storico Cabaret Voltaire nel 1916, scappati in Svizzera mentre l'Europa era incendiata dalla follia della prima Guerra mondiale. Detto ciò l'iniziativa nasce nell'ambito delle riflessioni fatte a partire dallo scorso ottobre, durante la preparazione della Giornata del Contemporaneo (GD17) tenutasi lo scorso 11 dicembre, la giornata era incentrata sul tema del performativo che avevamo proposto ai musei associati AMACI quale fil rouge, soprattutto per sottolineare l'idea di unicità dell'incontro tra il pubblico e l'opera. Volevamo, come è accaduto, stimolare la programmazione di eventi “live”, di situazioni non mediate dal filtro digitale da esperire nel contesto del museo, dopo le chiusure imposte dalla pandemia. Dare spazio ad un tema anche per privilegiare le forme di dialogo tra il museo e luoghi come i teatri, particolarmente colpiti da chiusure pesanti durante i mesi pandemici. Questo è il contesto nel quale ho maturato la proposta di fare questa Giornata di studi, idea che è stata accolta con favore dell'allora presidente AMACI, Lorenzo Giusti, e dai membri del Consiglio direttivo e dell'Associazione. Sottoposto alla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, il progetto è stato accolto con favore e il direttore Onofrio Cutaia ha aperto i lavori.

Quali i temi affrontati?
Sono state organizzate sette tavole tematiche, pensate come ambiti incentrati ciascuno su un macro-tema. Avevo chiesto agli artisti e ai relatori invitati di concentrarsi se possibili su un paio di “case study”, esempi che potessero in maniera concreta addentrarsi in problematiche precise, in modo da affrontare al meglio un argomento che per sua natura è sfuggente, e privilegia spesso il valore dell'effimero e del precario. Ho anche voluto che ogni tavolo fosse moderato da un direttore /direttrice o curatore/curatrice Amaci, lasciando che poi fossero i moderatori a definire con precisione la condivisione dei contenuti. Il valore della rete AMACI in questo senso è meraviglioso, perché le programmazioni dei musei, le sinergie creative che ciascun luogo crea con gli artisti con cui lavora sono emerse con grande forza.

In questi ultimi due anni la performance – a causa della crisi sanitaria – è stata penalizzata e ha subito un rallentamento, quale il futuro?
Si ci sono state grandi difficoltà – più di un'artista si è ritrovata nell'impasse di avere una pratica “fuorilegge”. Come sempre l'arte è più forte e le artiste e gli artisti hanno brillantemente superato gli ostacoli – magari si è trattato di aggiustamenti che hanno portato a evitare contatti diretti, oppure si è trattato di correggere il numero dei partecipanti. Di certo la pratica performativa ha continuato ad esistere e le entusiastiche adesioni di così tante artiste e artisti alla giornata di studio ne è prova.

La mancanza del pubblico ha visto gli artisti impegnati a rimodulare il proprio lavoro: per la performance il ricorso al digitale potrebbe essere un'alternativa efficace?
Nulla sostituisce la forza dell'incontro diretto e quell'alchimia, quella scintilla non ha uguali. Il digitale, è ovvio, è parte della vita quotidiana ormai da tempo. Così come in performance storiche vediamo azioni dal vivo e ricorso al video, non mi stupisco se il digitale sia parte dell'opera performativa. Tuttavia credo che il valore come detto della com-presenza, dell'essere nello stesso luogo e nello stesso tempo resta immutato.

La performance non è un genere che viene promosso nel circuito del mercato dell'arte, per esempio nelle fiere, quali sono i limiti?
In realtà ho voluto che ci fosse la sessione “Vendere una performance”, proprio per affrontare la questione. Al tavolo con l'avvocato Andrea Pizzi e i galleristi Raffaella Cortese e Franco Noero sono stati presi in esame più esempi di performance vendibili o vendute, guardando anche alla tipologia di documentazione dal punto di vista legale. È stato interessante notare, come anche in questo ambito, l'arte sia sempre un passo avanti e come ha detto Pizzi, “il giurista poi segue”.


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