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Amarcord della Bassa padana

I cento anni de “La locanda del Cappello, trattoria Genio dal 1919” sono raccontati con foto e ricordi nostalgici da Cristiana Acquati

di Antonio Armano

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I cento anni de “La locanda del Cappello, trattoria Genio dal 1919” sono raccontati con foto e ricordi nostalgici da Cristiana Acquati


5' di lettura

La vita sessuale nel Medioevo (744.388 visualizzazioni su Youtube), Come pensava un uomo nel Medioevo (511.857), Come pensava una donna nel Medioevo (459.294), Il carattere degli italiani (413.257). Tra i video più visualizzati del fenomeno Alessandro Barbero ce ne sono diversi che non raccontano grandi personaggi o epiche battaglie, ma modi di vivere e pensare e potrebbero essere etichettati alla voce “storia sociale”.

Se la storia venisse insegnata in modo più vicino alla vita quotidiana e non solo per nomi (alcuni pur indelebili come Pipino “il Breve”, Quinto Fabio Massimo il “Temporeggiatore”) e date fatidiche (1492, 1815, 1917...), forse susciterebbe più interesse e resterebbe più impressa. Si legge con piacere, per lo stesso motivo, La locanda del Cappello, trattoria Genio dal 1919, di Cristiana Acquati. Il libro per quasi metà delle 190 pagine è costituito da fotografie, in gran parte d'epoca, che mostrano un secolo di storia passato tra vino, tovaglie macchiate, cucine economiche e camini, con una sequenza di volti e corpi sempre meno antichi e segnati dalla vita e sempre più armoniosi e floridi.

Quando la storia passa in osteria

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La trattoria si trova a Melegnano, cittadina di neanche ventimila abitanti, dieci chilometri a sud di Milano, teatro di varie battaglie, tra cui quella del 1515. Francesco I di Francia conquista la supremazia del Ducato ponendo fine al glorioso periodo sforzesco e la Svizzera, coinvolta con le truppe mercenarie, inaugura il suo lungo periodo di neutralità. Siamo finiti a parlare di grandi eventi. Non è che il libro ne sia privo, anzi indulge nel piacere enciclopedico di tracciare una cronologia, ma la parte più coinvolgente è quella in cui, all'ombra dei giganti e delle montagne del tempo, si svolge la vita della gente comune, del popolino della Bassa.
Apprendiamo dell'esistenza dei “barsani”, abitanti della Lunigiana migrati in “Barsana”, come da quelle parti si indicava genericamente “il Nord”: venditori ambulanti, spesso di bottoni, spagnolette e altri poveri, ma indispensabili, prodotti di merceria, i quali nel dopoguerra giravano le cascine su biciclette dotate di una cassetta di legno sul manubrio, di quelle che si usano per la frutta o la verdura. Il passaggio di un “forestiero” per vendere qualcosa era un'occasione per rompere la monotonia di una società dove non ci si muoveva mai, neanche per il viaggio di nozze, e si vedeva sempre la stessa gente. Chissà qual è il peso dei migranti, africani, orientali..., oggi. Per la trattoria a quanto pare ancora nessuno.
A volte nascevano amori, amicizie, altre volte nulla o peggio si litigava per veri o presunti bidoni e truffe. In ogni caso alla sera i barsani si fermavano dal “Genio” a farsi un bicchiere e un piatto di minestra per riprendersi dalle fatiche. E se qualcuno di loro dormiva in alloggi occasionali come i fienili, altri prendevano una stanza in affitto nel cortile dell'osteria. Uno dei personaggi chiave del “Genio” è Teresa, una “barsana” anche lei, che nel 1952 sposa Fermo, ed è originaria di Treschietto, nella valle del Bagnone, sempre Lunigiana, naturalmente. Fermo è un Vitali, la famiglia proprietaria della trattoria dal 1919. Siamo alla seconda generazione di Vitali e oggi alla quarta o quinta.

Bisognerebbe spendere qualche parola sulla parola “trattoria”. E' un vocabolo italiano, pare ottocentesco, non dialettale, d'origine latina, derivando dal verbo “tractare”, preparare. Qualcuno lo fa passare dal francese “traiter”, stesso significato e provenienza. Chi gestisce la trattoria è dunque il “trattore”, parola poco usata e con involontaria sfumatura contadina moderna, per niente fuori luogo.
Con un certo snobismo non privo di effetto positivo, in tempi di onnipresenti narrazioni buongustaiste, Cristiana Acquati, che è giornalista del Sole24ore, non parla quasi mai di cibo e se ne parla è per lo stretto necessario e senza revisionismi culinari volti a creare un alone di sacralità alchemica intorno a semplici ricette contadine. Si parla così di “risot giald”, per indicare il risotto alla milanese, senza tirare in ballo la nascita pittorica e incidentale del piatto, ma solo come ricetta di riferimento, insieme alla “buseca”, la trippa, per mettere alla prova la capacità di Teresa di integrarsi nell'attività di famiglia del marito.
Si sente la mancanza di un albero genealogico, ci si perde senza colpo ferire tra le varie generazioni e soprattutto tra gli altri arbusti della vegetazione circostante. Molti i nomi che ruotano intorno al rustico locale, tra i tavoli all'aperto, il banco fatto e rifatto in varie epoche, il cortile con il ballatoio, le feste della Madonna del Carmine... Nomi padani, provinciali, che sembrano dirci qualcosa, ma non sappiamo cosa, nomi modesti ma espressivi, anonimi ma significativi, anzi significativi perché anonimi: Roberto Zerbelloni, Dante Mercantino Santagostino, Nino Pigolotti e Rosa Torchia, Gianni Ghianda, Jolanda Cicuto, Antonio Faini, Severino Rovarotto... Una suggestione che si rafforza leggendo alcune didascalie: “...il sarto e barbiere Giacomo Peviani, nel suo negozio vicino alla trattoria Genio, prende le misure per una giacca sotto l'occhio vigile della moglie Rosangela Sfolcini, mentre il garzone Franco Panigada taglia i capelli a un cliente”.

Con il dopoguerra arriva la televisione e lo sport: il Totocalcio, il gruppo ciclistico Fausto Coppi, campione nato e morto a non molti chilometri di distanza; i clienti non sono più solo uomini e tutt'intorno spuntano negozi. Per salutare la nascita del gruppo ciclistico Gino Bartali passa in trattoria e viene immortalato e probabilmente anche rimpinzato a giudicare dalla replezione addominale... Verso il finale del libro si accenna a novità un po' preoccupanti, forse già sepolte dal coronavirus, come “l'apericena del sabato”, la costruzione di una villetta con taverna demolendo un pezzo di edificio... Guardando il sito scopriamo però che la trattoria ha mantenuto il suo carattere rustico, con varie cene a base di polenta per festeggiare i cent'anni, e la tradizione del “pesce puzzolente”, cioè lo stocafisso, unico pesce di mare in una terra lontana dalla Liguria almeno fino all'epoca dell'automobile. Puzzolente perché conservato, non per altri motivi. Ricordo a latere delle lezioni universitarie, nella vicina Pavia, di avere sentito il cliente di una trattoria pronunciare questa massima metafisica: “Il sesso della donna sa di stocafisso e se lo lavi con il sapone sa di stocafisso lavato con il sapone”. Non credete insomma nella redenzione piccolo-borghese del sapone, la natura resta dionisiaca... I frutti di mare vengono scoperti da “Genio” grazie a un pigionante sardo e sempre da quella terra esotica viene la consuetudine nuova, trasformata presto in rito collettivo di cortile, di fare la conserva con il pomodoro a pezzi dentro i vasetti di vetro. Molti termini sono in dialetto, trascritti con cura. Come dice il grande Aldo Busi, anche lui figlio di un trattore, ma bresciano, si “sciacquano i panni nel Lambro”. Invece che nell'Arno. Qui scorre anche il Seveso e negli anni '70, durante il disastro della diossina, ci sarà stato poco da sciacquare. Ma linguisticamente il discorso regge e la San Zenone di Gianni Brera è a un tiro di schioppo.

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