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Amato e la Costituzione da riformare solo a piccole dosi

Legislature “costituenti” sono già nate, almeno nelle intenzioni. Poi i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative.

di Dino Pesole

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Legislature “costituenti” sono già nate, almeno nelle intenzioni. Poi i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative. La verità – osserva il presidente emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato, intervenuto a un webinar organizzato dalla 24Ore Business School – è che gli italiani «sono affezionati» alla nostra Costituzione. Lo hanno mostrato in più occasioni, nel giudicare in sostanza che quel mirabile edificio di regole condivise costruito nella convergenza tra comunisti e democristiani debba essere salvaguardato. Certo è senz’altro plausibile che forze politiche a lungo all’opposizione abbiano «molte riforme in cantiere» quando arrivano a governare. Ma poi arriva quella che si potrebbe definire la tirannia dell’ordine del giorno, e l’urgenza dei problemi da affrontare prende inevitabilmente il sopravvento.

Con un’analisi prospettica che guarda a quel che è avvenuto nel recente passato, Amato invita a riflettere su questo punto: quando si è provato a modificare «in senso ampio» la Costituzione il giudizio degli elettori è stato univoco nel respingerlo. Quando invece si è agito su «singoli punti», l’ultimo caso in ordine temporale è la riduzione del numero dei parlamentari, la risposta dell’elettorato con il referendum confermativo è stata largamente positiva. Amato non lo dice espressamente, ma la strada della «grande riforma» rischia di partire in salita. Il presidenzialismo è la ricetta giusta per il nostro Paese? Prima di tutto occorre precisare di quale modello di presidenzialismo si tratti. All’americana? Alla francese? Alla tedesca? Potrebbe funzionare la mozione di sfiducia costruttiva, con l’elezione parlamentare del capo del governo che sceglie i ministri?

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La scelta dei costituenti è stata chiara in direzione di un netto rafforzamento dei poteri del Parlamento. Su questo fronte sì che occorrerebbero correttivi: il Parlamento «non legifera ma approva i decreti legge», ed è una direzione imboccata in modo assolutamente bipartisan. Tutto ciò genera quella che Amato definisce una «sclerosi dell’istituzione parlamentare».

La Corte Costituzionale non può certo essere chiamata a una funzione di supplenza rispetto a scelte politiche che spettano al Parlamento, come nel tema molto sensibile delle questioni con rilevanza etica, dalla cosiddetta maternità surrogata al suicidio assistito. Sul versante dei diritti è il Parlamento che deve esprimersi. E spesso la Corte Costituzionale si è trovata a doversi esprimere anche attraverso la strada del “rinvio” di alcune decisioni di merito nella fondata aspettativa che il Parlamento legiferasse.

Più che avviare una stagione all’insegna delle «grandi riforme», non sarebbe allora più giusto e opportuno modificare in primis la legge elettorale? Il sistema proporzionale può essere rimesso in piedi? Il problema – osserva Amato – è che i sistemi elettorali sono degli strumenti. Il maggioritario funziona bene se a confrontarsi sono due partiti, ma in un sistema politico come il nostro «fortemente pluralizzato con significative differenze interne» il maggioritario impone coalizioni che vincono le elezioni ma non è detto che riescano a governare. Per questo da noi sarebbero forse opportuni «sistemi elettorali più elastici». La realtà è che in questa fase storica le democrazie liberali sono fragili. «Non possiamo escludere che si rompano». Occorre mettere in campo gli opportuni antidoti, nella consapevolezza che una democrazia composta da milioni di persone funziona «se può disporre di meccanismi efficaci di aggregazione degli interessi, e li riconduce a visioni comuni e su queste riesce a coagulare il consenso». Esattamente quel che facevano i partiti, venuti meno i quali siamo entrati nella “società liquida” dove contano gli interessi individuali e al posto dei partiti sono sorti degli aggregatori populisti “contro”. La realtà è che la democrazia vive «se c’è una piattaforma di interessi condivisi».

Ha ragione allora Liliana Segre, quando nel discorso di apertura della XIX legislatura invita tutti riflettere: se tutte le energie spese in questi anni per modificare la Costituzione fossero state utilizzate per attuarla «saremmo in un Paese diverso e più giusto».

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