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Amazon, assemblea con mozioni (ambientaliste) dei soci-attivisti

di Marco Valsania


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4' di lettura

Dire che Amazon soffre di dolori da crescita può apparire strano. Ma l’assemblea annuale dei soci del gigante dell’e-commerce e di Internet, tenutasi mercoledì 22 gennaio a Seattle, ha rivelato proprio questo: una nuova militanza da parte di soci e dipendenti (a volte soci-dipendenti) impegnati a chiedere conto al gruppo, ormai in vetta alle classifiche di market cap di Borsa e datori di lavoro, dei suoi comportamenti e progetti. A domandare con forza e talvolta tra aperte tensioni che si assuma maggiori responsabilità sociali e ecologiche, commensurate alle sue dimensioni e alla sua influenza.

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Dalla misurazione esatta dell’impatto ambientale e della necessità di sviluppare precisi piani di riduzione delle emissioni nocive da effetto serra. Fino alle questioni scottanti delle sperequazioni di paga - della equal pay - come della diversità interna. E alla messa al bando della fornitura al governo di tecnologie per il riconoscimento facciale, accusate di violare la privacy e alimentare discriminazione e pregiudizi. Le mozioni portate al voto dagli attivisti, al cospetto del chief executive Jeff Bezos ormai dal 2017 divenuto uomo più ricco al mondo, sono state oltre una dozzina. Tutte respinte, anche se il conteggio esatto dei consensi non è stato immediatamente ufficializzato (lo sarà venerdì).

Hanno però lasciato ugualmente il segno, stando a analisti e commentatori. Quando Emily Cunningham, dipendente di Amazon tra i promotori dell’iniziativa sul clima, ha difeso la mozione per la riduzione del ricorso a energia da fonti fossili invocando che Bezos salisse subito sul palco per un faccia a faccia (non lo ha fatto), una cinquantina di partecipanti si sono alzati in piedi in solidarietà. Shankar Narayan, dell’associazione per i diritti e libertà civili Aclu, ha sferzato la facial recognition per gli abusi contro immigrati e minoranze religiose e domandato la sua messa al bando se il board di Amazon non sarà prima in grado di dimostrare che non danneggia i diritti delle persone. Questa tecnologia, ha tuonato, «altera l’equilibrio di potere tra governo e individui». Fuori dall’assemblea si erano intanto radunati dimostranti a favore delle cause perorate all'interno e altre ancora, quali la richiesta di un miglior trattamento dei dipendenti dei giganteschi magazzini di smistamento dei prodotti da pare di un gruppo da sempre avverso al sindacato.

L’aumento delle pressioni a favore di riforme è stato tale da essere riconosciuto, almeno in parte, dallo stesso Bezos: quando è salito sul palco, per una sessione conclusiva di domande e risposte, ha prestato attenzione soprattutto al tema del cambiamento climatico, affermando che «è difficile trovare una questione più importante». Kara Hurst, responsabile dell’azienda per la sostenibilità su scala globale, ha da parte sua annunciato che Amazon riporterà i dati sulla sua «impronta ecologica» - appunto una delle richieste degli attivisti - prima della fine dell’anno. L’ipotesi che Amazon, volente o nolente, potrebbe a conti fatti trovarsi all’avanguardia della sensibilità ambientale trova credibilità anche in alcuni ambienti dell’alta finanza. Per Simon Webber, gestore del fondo Schroder Isf Global Climate Change Equity, «Amazon non viene generalmente associata a un forte impegno verso un futuro a basse emissioni. Anche se l’e-commerce tendenzialmente ha un miglior impatto sull’ambiente rispetto ai punti vendita (pensiamo al massiccio utilizzo di aria condizionata), le consegne rapide hanno un costo elevato in termini di emissioni». Ma Webber aggiunge di ritenere che «gli sforzi dell’azienda per gestire il suo impatto sui cambiamenti climatici indicano che questo diminuirà notevolmente in futuro».

Le iniziative che cita, più in dettaglio, «spaziano dal cloud computing al passaggio all’elettrico per la gestione dell’ultimo miglio delle sue consegne». Il cloud computing, servizio dove Amazon è leader, presenta un’opportunità tutta particolare: «Il mondo delle imprese è sempre più dipendente dai data center, tuttavia questi potenti hub di elaborazione dati consumano grandi quantità di energia e sono costosi. L’utilizzo del cloud computing (dove i dati vengono immagazzinati, gestiti e processati attraverso una rete di server in remoto su Internet piuttosto che attraverso server locali) può migliorare notevolmente l’efficienza dei centri dati, portando a costi ed emissioni inferiori». Amazon «spesso raggiunge livelli di utilizzo dei server del 65%, rispetto a percentuali basse attorno al 15% per i server in-house. Se le imprese si muovessero verso la tecnologia cloud, sarebbero necessari meno di un quarto dei server attualmente utilizzati. I server su cloud funzionano anche in maniera più efficiente, attraverso sistemi sofisticati di raffreddamento e strutture meglio progettate». Grazie al ricorso a fonti rinnovabili, inoltre, in generale «il mix di elettricità che sostiene il cloud computing produce il 28% in meno di emissioni di carbonio rispetto alla media globale». Il tutto «porta una riduzione dell’88% delle emissioni di carbonio da parte dei business di cloud computing».

L’e-commerce, a detta di Schroders, a sua volta «rappresenta un modello a minori emissioni di carbonio secondo diverse metriche, se paragonato al modello tradizionale di vendita al dettaglio». Amazon non ha chiarito come intende raggiungere il suo obiettivo di rendere il 50% delle consegne privo di emissioni entro il 2030. La vendita online però «ha un impatto minore dato che opera attraverso magazzini di distribuzione centralizzati rispetto a negozi che devono essere illuminati, riscaldati e forniti di aria condizionata». Ed «è importante considerare come i beni vengono trasportati al consumatore. Gran parte dei viaggi risulta avere minori emissioni di carbonio nel modello di vendita online» perché «ogni veicolo si occuperà di consegnare diversi pacchi ordinati online, mentre nel modello di vendita tradizionale i consumatori tendono a raggiungere individualmente in automobile negozi e centri commerciali». Le aziende di e-commerce quali Amazon, oltretutto, starebbero sviluppando «tecnologie altamente sofisticate per ottimizzare la densità delle consegne e la pianificazione dei viaggi, e si doteranno di veicoli elettrici molto prima dei consumatori. I veicoli di consegna, tornando ai depositi molto frequentemente per caricare le merci, rappresentano candidati ideali per la tecnologia elettrica». La marcia di Amazon verso una responsabilità sociale e ambientale appare però ancora tutta da discutere, almeno stando alle voci alzatesi durante l’assemblea annuale.

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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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