L’IRA DEI NEGOZIANTI

Amazon, Bezos contestato in India: «È un terrorista economico»

Al fondatore del colosso ecommerce si contesta la chiusura di migliaia di piccoli negozi e una perdita delle entrate governative


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3' di lettura

Jeff Bezos, ceo nonché proprietario di Amazon, nonché l’uomo più ricco del mondo secondo le ultime classifiche, è stato accolto molto male in India, un grande paese produttore low cost ma anche uno dei più grandi mercati asiatici e, fuori dagli Stati Uniti, il mercato straniero più importante per Amazon.

Il fondatore è stato accolto molto male sia dall’Antitrust che poche ore prima del suo arrivo ha avviato una indagine formale sull’attività del colosso mondiale dell’ecommerce nato negli Stati Uniti, sia dai proprietari dei piccoli negozi che sono scesi in strada a protestare contro di lui. Il miliardario americano è considerato il responsabile della chiusura dei piccoli esercizi ovunque nel mondo per l’insostenibile concorrenza con l’infallibile macchina di Amazon, capace di recapitare qualunque cosa ovunque in pochissimo tempo e a costi contenuti per il consumatore.

Bezos è arrivato a New Delhi per il summit Smbhav, una riunione organizzata dalla divisione Amazon India che raggruppa piccole e medie aziende, e lì ha annunciato un investimento da un miliardo di dollari per aiutare queste aziende locali nel passaggio verso l’online.

Bezos si è anche impegnato a esportare prodotti made in India del valore di 10 miliardi di dollari entro il 2025.

Eppure tutto ciò non è bastato: Bezos non ha convinto né l’autorità che regola il mercato né i tanti piccoli negozi esclusi dall’Eldorado Amazon.

La Confederation of All India Traders ha annunciato che gli affiliati in tutto il paese erano pronti con sit in di protesta e manifestazioni jn 300 città. In una lettera indirizzata al leader Modi il segretario generale della federazione, Praveen Khandelwal ha definito Amazon «un terrorista economico» che con i suoi prezzi rapaci ha impoverito pure il governo dei ricavi sulle tasse e ha spinto alla chiusura «migliaia di piccoli commercianti».

Non sono bastate a bladire uno dei Paesi più popolosi del mondo con una popolazione giovane e in aumento quindi naturalmente consumatrice su Internet, le parole profetiche di Bezos: «Il 21esimo secondo sta per diventare il secolo indiano. Quello che rende speciale questo Paese è il suo dinamismo, posso anche prevedere che il più importante alleato degli Stati unito in questo secolo sarà l’India». Al fondatore di Amazon, non è bastato neanche vestirsi con i jeans e una veste che riecheggiava i gusti del primo ministro Narendra Modi, recente vincitore delle elezioni parlamentari. Né pubblicare un raro tweet per far sapere che avrebbe visitato il Mahatma Gandhi memorial, dove è spuntato vestito con vestiti tradizionali indiani.

A ben vedere sono le stesse accuse dei sostenitori di Trump in patria, con il presidente americano che ha sempre cavalcato questo sentimento e che ha poi sviluppato una antipatia personale perché Bezos è anche proprietario del Washington Post, uno dei più importanti giornali americani critico con la Casa Bianca. Antipatia culminata in una grossa perdita per Amazon che si è visto sfilare da Microsoft l’appalto

In generale non è un buon momento per il Bezos comunicatore. In questi ultimi giorni è rimbalzata la notizia di una donazione dell’uomo dalla fortuna inestimabile di un milione di dollari australiani all’Australia in fiamme: convertiti sono 690mila dollari americani, briciole per il miliardario, briciole ancora più piccole se si pensa che per le sponsorizzazioni del Superbowl ha speso 10 milioni di dollari, da qui grande polemica social e sui siti giovanilisti e “indipendenti”.


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