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Amazon esplode nella pubblicità online. Facebook inizia a temerla

di Pierangelo Soldavini


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Afp

3' di lettura

Una volta Jeff Bezos aveva bollato la pubblicità come «il prezzo che un’azienda deve pagare quando il suo prodotto non è eccezionale». Ma recentemente ha dovuto ammettere durante una riunione di aver cambiato idea. In effetti, non solo Amazon è entranto nella top ten dei grandi inserzionisti - e anche la notte del Super Bowl ha confermato la sua presenza -, ma soprattutto a convincerlo avranno contribuito i numeri che stanno trainando gli utili della sua creatura.

Il colosso globale dell’ecommerce non specifica finora nel suo bilancio una voce ad hoc per la pubblicità, che però rappresenta il grosso della divisione “Altro”: dall’ultima trimestrale pubblicata qualche giorno fa emerge che i ricavi sotto questa etichetta sono lievitati del 95% a 3,4 miliardi di dollari negli ultimi tre mesi dell’anno scorso, arrivando a superare la soglia dei 10 miliardi nell’intero 2018. E non c’è dubbio che questo comparto ad alta redditività abbia contribuito in maniera decisiva agli utili lievitati al record di 3 miliardi di dollari nel trimestre su un fatturato di 72,4 miliardi.

Non è un mistero che il comparto dell’advertising online sia oggi dominato da Google e Facebook, che insieme fanno la parte del leone assicurandosi oltre metà del mercato: Big G è leader incontrastato con il 31,3% di Google seguito dal social network con il 20,5%, secondo eMarketer, che stima che sul mercato Usa Amazon potrebbe aver già superato Microsoft al terzo posto.

Il colosso creato da Bezos rimane ancora a netta distanza, con una stima che lo vedrebbe lievitare nel 2019 dal 2,1 al 2,9% dell’advertising online globale. Ma evidentemente inizia a temere il nuovo arrivato, dal momento che negli ultimi giorni ha riconosciuto di avere un nuovo concorrente. Nell’ultimo filing della Sec, depositato settimana scorsa, il social media di Mark Zuckerberg citato esplicitamente - e per la prima volta - Amazon come concorrente diretto nell’advertising, oltre a Google.

Dalle statistiche di fine anno emerge anche allo stesso tempo come Amazon sia entrato nella top ten - al quinto posto - tra i grandi utenti pubblictari con una spesa lievitata del 72% a oltre 1,8 miliardi di dollari, dietro a colossi del grande cosnumo come Procter & Gamble, At&t, Berkshire Hathaway (in qualità di propritaria di brand come Kraft Heinz e Fruit of the Loom) e Comcast.

Solo domenica sera, nel corso del Super Bowl tra i New England Patriots e i Los Angeles Rams, Bezos non ha badato a spese per far conoscere Alexa: in un evento in cui 30 secondi costavano 5,25 milioni di dollari, Aamazon ha lanciato uno spot da 90 secondi.

Ma Bezos non si è fermato lì. Secondo le indiscrezioni il creatore di Amazon avrebbe cancellato all’ultimo uno spot per la sua società aerospaziale Blue Origin, costata qualcosa come 20 milioni di dollari, forse perché gli avrebbe creato qualche imbarazzo dal momento che era stata realizzata da Lauren Sanchez, l’anchor woman televisiva che sarebbe la causa del divorzio multimilionario dalla moglie.

Al suo posto ha mandato in onda un’inserzione da un minuto - quindi oltre 10 milioni di dollari - in difesa della libertà di stampa e del ruolo del giornalismo nell’era digitale. A difenderla c’era come voce narrante Tom Hanks a nome del Washington Post, la testata storica acquistata da Bezos nel 2013. La scelta di mandare in onda un messaggio ad alta intensità “politica” durante l’evento sportivo più seguito in America non ha mancato di sollevare un vespaio di polemiche contro Bezos, ormai “paladino” della pubblicità.

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