Sviluppi investigativi e rischio terrorismo

Ambienti radicalizzati sotto la lente della Dda di Palermo

di Roberto Galullo

Un momento dell’operazione «Scorpion fish» - Ansa

2' di lettura

«Ti prego goditi questa giornata che hai comprato il gommone e i tuoi soldi che ti sei guadagnato con sacrificio e paura li hai spesi per una giusta causa». Questa frase – intercettata il 6 settembre 2016 in un messaggio whatsapp scambiato dalla moglie fiorentina con il marito tunisino accusato di guidare una banda di scafisti pronti a portare in Italia persone collegate con la jihad o addirittura ricercati per terrorismo – più delle altre è al centro degli sviluppi investigativi della Procura di Palermo e della Gdf di Palermo e Marsala.

Moglie e marito sono stati fermati nell'ambito dell'operazione Scorpion fish che ieri ha portato al fermo di 15 soggetti (tra cui 4 italiani) e ha svelato come soggetti tunisini fossero pronti ad aiutare altri tunisini – ricercati in patria per reati gravi, connessioni con formazioni di natura jihadista o addirittura sospetti terroristi – ad approdare a Marsala (Trapani). E da qui, con un servizio di “navetta” tutto compreso nel prezzo, da far sparire tra le maglie aperte nel Belpaese in vista di una fuga verso l'Europa. Uno temeva, oltre che di essere arrestato dalla Polizia tunisina, anche di essere respinto dalle autorità di Polizia italiane (una volta giunto nel nostro Paese) per terrorismo.

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Non hanno fatto in tempo e la catena – che nel frattempo si è arricchita con clandestini disperati e il traffico di sigarette – è stata spezzata dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Palermo, con la collaborazione della Compagnia della Guardia di Finanza di Marsala, proprio per evitare che quella rotta potesse mettere a rischio innanzitutto la sicurezza nazionale.

Quel riferimento alla giusta causa – annotano nel decreto di fermo i pm Calogero Ferrara, che coordina il pool di pm che si occupano di tratta e immigrazione clandestina, Claudia Ferrari e Federica La Chioma – anche alla luce di altri elementi indiziari «induce a ritenere una possibile contiguità con ambienti radicalizzati che sarà oggetto di ulteriori approfondimenti».

Gli approfondimenti – già con gli elementi in possesso – non mancheranno e potrebbero riservare sorprese. Basti leggere il contenuto di un'altra telefonata, intercettata il 17 gennaio 2017 , in cui un (per ora) misterioso cliente tunisino, clandestino in patria, afferma di essersi rivolto ad uno sceicco (non ancora identificato) e che temesse il respingimento alla frontiera italiana per ragioni connesse al contrasto del terrorismo interazionale di natura jihadista.

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