Opinioni

«America is back», però l’alleanza con la Ue resta fragile

di Adriana Cerretelli

(pixs:sell - stock.adobe.com)

3' di lettura

«La garanzia di mutua difesa è un obbligo sacro. Voglio che l’Europa sappia che gli Stati Uniti ci sono»: non è retorica il richiamo al vertice Nato dell’art. 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord.

È il pilastro in cemento armato sul quale Joe Biden rinsalda i rapporti euro-americani, ricostruisce fiducia, sicurezza e comunità di interessi geo-politici, industrial-tecnologici e militari, rilancia l’alleanza tra democrazie per affrontare da posizioni di forza le sfide del Pacifico e delle autocrazie: in primis, il riarmo nucleare, militare, digitale e spaziale della Cina di Xi Jinping, il “rivale sistemico” dell’Alleanza. E la Russia di Vladimir Putin.

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Quattro vertici in 6 giorni, G-7, Nato, Ue-Usa e oggi Usa-Russia, danno forma e sostanza all’America is back del nuovo presidente, riportano un po’ di ordine nel disordine globale, ripescano etica dei valori e regole del multilateralismo esorcizzando nuove guerre fredde per puntare piuttosto sulla “pace fredda”: fortissima competizione ma cooperazione dove e quando si può. Non è l’accerchiamento della Cina ma gli assomiglia.

La dottrina Biden passa per una strategia globale e priorità precise: sistematico revanscismo occidentale per arginarne l’egemonismo militar-tecnologico-economico; B3W, Build Back Better World, cioè contro-Via della Seta e investimenti per 40 mila miliardi di dollari nei paesi più poveri del mondo per contrastarne l’espansione geostrategica; Lega delle democrazie anche per sanzionarne violazioni di libertà, diritti umani, regole e patti internazionali.

E poi recupero del rapporto con l’Europa che la Casa Bianca vorrebbe accompagnare con il calo delle tensioni con la Russia di Putin nella convinzione che una sua alleanza strategica con Pechino sia innaturale, che quindi America e Russia abbiano un interesse comune a fermare l’ascesa altrimenti incontenibile della Cina di Xi. Dall’incontro di oggi a Ginevra si capirà se e quali spazi di mini-distensione esistano tra i due presidenti. Al di là dei sorrisi e delle manifestazioni di rilassata concordia, i due fronti su cui Biden si gioca il successo o meno della sua scommessa globale sono Europa e Cina.

Promettere competizione dura a Pechino e insieme collaborazione, ribadendo al contempo il richiamo al rispetto di libertà e diritti umani, all’alt a persecuzione degli uiguri e repressione a Hong Kong e in Tibet è come agitare un panno rosso davanti a un regime che anche su quelle violazione fonda la sua volontà di potenza.

Per questo il tentativo americano di aggredire con decisione le ambizioni della Cina evitando strappi o rotture è encomiabile ma poco credibile. Suona più come il risultato di un compromesso euro-americano che di una scelta convinta e convincente.

Già, perché l’Europa resta il tallone d’Achille di tutta l’operazione. Biden in questi giorni non si è risparmiato nell’offensiva del sorriso e della cordialità ritrovata.

Ha celebrato la robusta ripresa economica occidentale, glissato sull’eterno problema di un adeguato contributo europeo alle spese militari Nato, soffocato le tensioni commerciali fino a chiudere ieri con l’Ue una tregua sul caso Airbus-Boeing con sospensione delle reciproche sanzioni, prospettato patti bilaterali di cooperazione industriale, tecnologica e militare, in cambio di un atteggiamento meno ambiguo e più solidale sulla Cina.

Ma l’Europa, che teme più la vicina Russia della lontana Cina, tentenna tra ormai scettici utilitarismi economici a Nord-ovest e scatenati atlantismi a Est. Biden ha vitale bisogno della spalla europea, come l’Europa della sua America e della Nato.

Non sarà facile una solida intesa a 360 gradi. Pur amandolo disperatamente, l’Europa si muove male nell’instabile mondo multipolare di oggi perché tuttora non possiede un’identità condivisa di valori e di interessi economici, politici e strategici. Per questo non riesce a scegliere né l’aiuta la regola dell’unanimismo.

Ma così si impedisce di diventare un protagonista globale. Tra Carbis Bay e Bruxelles si è consumata la riconciliazione euro-americana e il riconoscimento della crescente interdipendenza reciproca. Ci vuole altro e di più però per contenere la scalata cinese negli equilibri mondiali. Biden l’ha capito ma il suo appello all’Europa per ora non sfonda. La Cina invece ha le armi economiche e politiche dentro l’Ue per mettere i bastoni tra le ruote atlantiche. Attenta Europa.

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