dal cile alla bolivia

America Latina in fiamme. I 5 focolai di una crisi profonda

Cinque focolai di tensione che non sono accomunati da similitudini di politica interna ma meritano attenzione, non solo per il destino di chi ci abita, ma soprattutto per il pericolo di strumentalizzazioni internazionali

di Roberto Da Rin


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Evo Morales in conferenza stampa a Città del Messico dopo le dimissioni da presidente della Bolivia (Ap)

5' di lettura

America Latina oppure….Omerica Latina, con la “o” ? Il continente che negli ultimi due decenni aveva acquisito una buona stabilità politica e, pur con qualche eccezione, una migliore redistribuzione del reddito, ripiomba in una crisi che rimanda alle stagioni peggiori.

Cinque focolai di tensione che non sono accomunati da similitudini di politica interna ma meritano attenzione, non solo per il destino di chi ci abita, ma soprattutto per il pericolo di strumentalizzazioni internazionali.

In altre parole le pressioni esterne, sempre contrapposte, di altri attori internazionali: gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, giocano una partita rilevante nel subcontinente. Proxy war, guerra per procura, è la forma espressiva utilizzata da vari analisti politici per definire la contrapposizione non frontale ma strategica con cui Washington, Pechino e Mosca vorrebbero acquisire maggiore rilevanza sulle materie prime e sull'influenza politica nella Regione.

I FOCOLAI DI CRISI

I FOCOLAI DI CRISI

Bolivia dopo Morales
Golpe sì, golpe no. Il dibattito è acceso, politologi e costituzionalisti si dividono: da una parte chi sostiene che i militari abbiano utilizzato forti pressioni per indurre Evo Morales a lasciare la presidenza. Dall'altra chi ritiene che non sia stato utilizzato l'uso della forza da parte dei militari. L'unica certezza è che il Paese sia spaccato in due e l'equilibrio appena raggiunto sia davvero molto precario: la senatrice di opposizione Jeanine Áñez Chavez del partito Unidad democratica (Ud), vicepresidente del Senato, è stata nominata presidente ad interim della Bolivia dai parlamentari della sua formazione politica e di alcuni altri gruppi.

Ciò è avvenuto nonostante le sedute di Camera e Senato non abbiano raggiunto il quorum in seguito all'assenza dei parlamentari del governativo Movimento al socialismo (Mas) che controllava i 2/3 delle due Camere.

Evo Morales è in Messico dove preferisce osservare a distanza il prosieguo della crisi. Carlos Mesa, il principale oppositore, già presidente del Paese, ha incassato la vittoria (di Pirro) di un Morales autodestituito, su pressione dei militari ma deve fronteggiare l'insurrezione dei ceti popolari più bassi, fedeli al governo. Lo slogan lanciato da migliaia di manifestanti di El Alto, il quartiere più popolare di La Paz, a 4150 metri di altitudine, è stato: “Ora sì, è guerra civile”. Una impasse in cui, paradossalmente, l'unico comparto che funziona è quello economico. La Bolivia cresce, da anni, a un tasso al 4% annuo e la forbice della disuguaglianza si è ridotta.

Saccheggi e proteste sono all’ordine del giorno in Cile da diverse settimane (Ap)

Cile ex oasi felice
La narrazione del Paese più stabile, più sicuro, più attrattivo per gli investitori internazionali, si è dissolta in poche settimane. “L'oasi felice” , così l'ha definita due mesi fa il presidente Sebastian Piñera, è sotto i riflettori di tutto il mondo dopo che i “carabineros” hanno provocato una ventina di morti a seguito delle manifestazioni e saccheggi delle ultime settimane. Il 18 ottobre il Paese è insorto. Il liberismo cileno, laboratorio già ai tempi dei Chicago Boys, gli economisti guidati da Milton Friedman, pareva un esperimento riuscito.

Erano state applicate ricette apparentemente efficaci. Che in verità hanno generato gravi disequilibri: in primis le disuguaglianze sociali, ma poi il buco nei conti pubblici generato dai fondi pensione privati che non hanno saputo mantenere le aspettative, costringendo l'ex presidente Michelle Bachelet a metter mano alle casse pubbliche per distribuire pensioni minime. Il detonatore del caos in cui è sprofondato il Cile è stato l'aumento del prezzo del biglietto della metropolitana, in verità grandi nodi sociali erano ignorati e la popolazione in sofferenza da tempo.

La dipendenza dall'estrazione di rame ha mostrato tutti i suoi limiti e ora anche gli equilibri valutari ne costituiscono l'effetto terminale. Il peso cileno è crollato rispetto al dollaro, toccando quota 800 pesos. Il ministro delle Finanze, Ignacio Briones, ha affermato che questa forte ascesa “è un segnale preoccupante”.

Briones dice che “discutere di una nuova Carta fondamentale non deve necessariamente mettere a disagio i mercati”. Poi ha sottolineato che l'aumento del dollaro “ha un impatto sui prezzi, sull'inflazione, sull'intero insieme di beni che consumiamo e segnala una preoccupazione”.
Il nuovo prezzo del dollaro ha superato il record di 761 pesos registrato nel 2002. La Banca centrale ha affermato che sta seguendo da vicino il comportamento delle variabili finanziarie ed economiche del paese. La tensione resta, così come la Carta costituzionale scritta dai militari di Augusto Pinochet.

Venezuela: la crisi più drammatica
Quella del Paese caraibico è forse la crisi più drammatica, con conseguenze umanitarie, prima che politiche ed economiche. Il numero di emigranti venezuelani ha superato quota 3 milioni e lo scontro tra il presidente Nicolas Maduro e il presidente autoproclamato, Juan Guaidò, ha superato i livelli di guardia.

A Caracas mancano sia medicinali, sia generi di prima necessità. Il “carnet de la patria”, una sorta di tessera annonaria che dà diritto ai meno abbienti l'accesso al cibo a prezzi calmierati, non è in grado di fronteggiare le reali necessità della popolazione. L'inflazione è divenuta iperinflazione e le imprese internazionali hanno lasciato il Paese. Ne rimane qualcuna legata alle attività petrolifere, tra cui l'Eni. Va ricordato che il Venezuela è il Paese al mondo con il maggior numero di riserve “provate” di greggio. Eppure con enormi sacche di indigenza.

Argentina di nuovo peronista
Il peronismo ha ripreso in mano le redini del Paese. Alberto Fernandez, in ticket con l'ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner, ha vinto le elezioni e guiderà il Paese a partire dal prossimo 10 dicembre: le elezioni presidenziali dello scorso 27 ottobre sono state perse dal liberista Mauricio Macri. In Argentina non vi sono state irregolarità elettorali, ma la situazione macro finanziaria del Paese è tutt'altro che stabile. L'inflazione è alle stelle (oltre il 55% annuo) e l'economia è in recessione.

Sono molti i punti in agenda del nuovo governo: il primo è quello finanziario, anzi cambiario. Il peso argentino è in caduta libera da due mesi, attorno a 60 contro il dollaro. Le misure più prevedibili, in parte già in vigore, riguardano il rafforzamento dei controlli di capitale, con un doppio o triplo regime cambiario. Gli economisti, conservatori o progressisti, concordano nel prevedere l'adozione di altri provvedimenti urgenti. Il disequilibrio tra domanda e offerta di dollari non può essere tamponato da una continua emorragia di riserve della Banca centrale.

Ecuador, il «Paquetazo» scatena le proteste
Si chiama Paquetazo il casus belli. Il Presidente dell'Ecuador Lenin Moreno, proprio un mese fa, ha annunciato nuove misure di austerity per rilanciare l'economia. Tra queste l'aumento del costo del carburante e in particolare del diesel e della benzina “extra”. Il paquetazo ha scatenato un terremoto di proteste, con epicentri a Quito e Guayaquil: da una parte il Conaie (movimento degli indigeni), i lavoratori agricoli, i sindacati del settore dei trasporti, e gli studenti in rotta di collisione con le politiche di Moreno; dall'altra le Forze Armate e il Governo. Manifestazioni e scontri, durissimo il bilancio: 8 morti, 1300 feriti e mille arresti. Moreno ha ritirato il piano di austerity ma i nodi rimangono sul tappeto.

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