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Ammortamenti, la riforma prova a superare il doppio binario

Non solo Irpef e Catasto: la delega fiscale prova a rimettere mano al sistema degli ammortamenti fiscali dei beni strumentali, con la revisione dei vecchi coefficienti

di Marco Mobili e Salvatore Padula

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Il disegno di legge delega per il riordino del sistema fiscale continua a stimolare, come è comprensibile, una vivace attenzione intorno alle tematiche di interesse più diffuso: dall’Irpef al Catasto, dalla tassazione del risparmio fino al destino di imposte sostitutive e cedolari. In realtà, il disegno di legge delega – votato dalla Camera il 22 giugno e ora al Senato per l’approvazione definitiva, attesa entro la pausa estiva – interviene su svariati altri ambiti del sistema fiscale, compresi alcuni aspetti relativi alla tassazione del reddito d’impresa (articolo 3).

Gli obiettivi sono la semplificazione e la razionalizzazione del sistema, da raggiungere attraverso l’avvicinamento tra i risultati di bilancio e quelli fiscali, «con particolare attenzione alla disciplina degli ammortamenti e alla revisione dei costi parzialmente e totalmente indeducibili». Si parla anche di revisione della disciplina delle variazioni in aumento e in diminuzione e dell’esigenza di approdare a una tendenziale neutralità tra i sistemi di tassazione delle imprese, ma non c’è dubbio che l’esplicito riferimento alla disciplina degli ammortamenti rappresenti un elemento di grande attenzione – e in qualche modo di preoccupazione – non foss’altro per il peso che questa voce ha nel determinare tanto il risultato di esercizio quanto il reddito da sottoporre a tassazione.

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Il sistema attuale

Nel nostro sistema permane una significativa separazione tra fisco e bilanci, che in materia di ammortamenti impone l’applicazione di regole specifiche per l’ambito civilistico e di altre per l’ambito fiscale. I due criteri conducono, spesso, a effetti diversi: di volta in volta, a seconda dei beni ammortizzabili, i risultati sono più “convenienti” per il contribuente sotto il profilo civilistico piuttosto che sotto quello fiscale. L’ammortamento fiscale dei beni strumentali si effettua mediante l’applicazione di un corpo di coefficienti contenuti in un decreto ministeriale del 1988. Per ogni settore economico, sono individuati i paramenti da applicare a ogni cespite strumentale. È un fatto che, secondo molti osservatori, coefficienti del 1988 risultino spesso non più centrati rispetto allo sviluppo industriale, ai nuovi processi produttivi, all’innovazione di questi anni e così di seguito. Inoltre, le tecniche di ammortamento, sotto il profilo civilistico, hanno registrato un’evoluzione continua che tende ad ampliare la distanza tra risultati di bilancio e imponibile fiscale.

I tentativi di modifica precedenti

La suggestione di modificare i parametri e talvolta anche i criteri utilizzati per l’ammortamento fiscale non è esattamente una novità. Ma i tentativi fatti in passato non hanno mai raggiunto il traguardo, anche a causa di una certa diffidenza verso una prospettiva che molti operatori hanno sempre considerato un “salto nel buio”. Come dire: meglio un sistema, forse imperfetto, come quello attuale, che non l’incognita di nuovi meccanismi e/o percentuali dagli effetti incerti in termini di aggravio del prelievo.

In particolare, come ha ricordato Franco Roscini Vitali sul Sole 24 Ore del 18 ottobre scorso, nel 2009 il Dl n.78 conteneva una norma, l’articolo 6, che prevedeva «l’accelerazione dell’ammortamento dei beni strumentali di impresa», con un sistema che fu guardato con sospetto da molti operatori. I nuovi coefficienti avrebbero aumentato l’aliquota di ammortamento per i beni a più avanzata tecnologia e per quelli che producevano risparmio energetico, rendendo l’ammortamento più rapido e quindi più conveniente per le imprese. Tuttavia, il decreto poneva come vincolo la (solita) «invarianza di gettito»: nessun costo aggiuntivo doveva essere imputato al bilancio dello Stato. Facile intuire che i nuovi coefficienti avrebbero, nei fatti, determinato un travaso di benefici verso alcuni settori a danno di altro. Così non se ne fece nulla.

Nulla di fatto anche un paio di anni dopo - era il luglio del 2011, nel pieno della crisi del debito – quando nella “manovra di pareggio” spuntò una norma (articolo 23, comma 47, del Dl 98/2011) che prospettava per l’Italia l’adozione di un “paniere” unico, con aliquota unica per gli ammortamenti dei beni d’impresa (si tratta del pooling method, previsto anche dalla direttiva sulla base imponibile consolidata, approvata nel 2011 dalla Commissione Ue). La norma non venne attuata, anche a causa dell’allarme degli operatori, i quali temevano che un tale sistema avrebbe appesantito in modo rilevante il carico fiscale.

È presto per immaginare quali saranno le scelte del legislatore delegato. Pur nella vaghezza della legge delega, la norma dell’articolo 3, lettera a), apre a un ridimensionamento del doppio binario, per le attività con controllo legale dei conti. Per gli altri soggetti – imprese individuali, società di persone, professionisti, associazioni professionali – il testo della norma non indica soluzioni. Ma sappiamo come in passato tanto la via dell’aggiornamento selettivo dei coefficienti (“a invarianza di gettito”) quanto il passaggio a nuovi criteri siano stati accolti con evidente scetticismo.

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