in mostra fino a settembre

Amore per l’eccessivo: l’impronta «Camp» del marchio Gucci al Met

di Nicoletta Polla Mattiot, How to Spend it


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(Madison McGaw, Angela Pham, & Jo)

3' di lettura

«Parlare di camp equivale a tradirlo», scriveva Susan Sontag nel 1964, figuriamoci dedicargli una mostra al Met di New York con oltre 200 oggetti, accessori, abiti, dipinti, disegni che esplorano un immaginario eccentrico e permeabile alle definizioni, che data il suo inizio alla corte di Luigi XIV, attraversa le sottoculture queer di epoca vittoriana, nutre il dandismo per arrivare fino all'attualità, in una disinvolta farragine di alto, basso, generi e identità. È quanto apre oggi al pubblico, nella Iris and B. Gerald Cantor Exhibition Hall, con il titolo di Camp: Notes on Fashion (9 maggio-8 settembre), dopo i fasti del Met Gala dove è andata in scena – con le debite eccezioni - una versione addomesticata di camp, tanto studiata da risultare mainstream.

Walter Van Beirendonck (Belgian, born 1957). Ensemble, spring/summer 2009. Courtesy of Walter Van Beirendonck. Right: Vivienne Westwood (British, born 1941). Ensemble, fall/winter 1989–90. Courtesy of Vivienne Westwood Archive. Photo © Johnny Dufort, 2019

Perché il camp, racconta bene Alessandro Michele, che è stato co-presidente del Costume Institute Benefit, non è solo «quanto si può essere stravaganti ed esagerati, ma è un’espressione dell’umano». Qui sta il sottile discrimine fra carnevalesco e pittoresco, artificio e artificiale. Vale la pena di vedere il video d’introduzione alla mostra, con la straordinaria voce recitante di Rupert Everett. Si sorride all’idea che, anche visitando puntualmente la sezione dedicata a ironia, umorismo, parodia, satira, artificio, teatralità ed esagerazione, con le creazioni di stilisti come Thom Browne, Sarah Burton, John Galliano, Jean Paul Gaultier, Nicolas Ghesquière, Marc Jacobs, Franco Moschino, Karl Lagerfeld e Alessandro Michele, il camp resti un punto interrogativo, che non sarà mai tirato a diventare un punto esclamativo. Forse è proprio la volontà di stupire, obbedendo alla regola di violare le regole, che ha tradito molti degli ospiti della festa. La stranezza, se è sforzo, diventa scontata, è esattamente quello che ti aspetti, l’opposto del camp che è amore per le cose-che-sono-come-non-sono. Di qui l’invito più semplice: «Vieni a vederlo e fattene la tua idea personale».

Franco Moschino (Italian, 1950–1994) for House of Moschino (Italian, founded 1983). Dress, fall/winter 1989. Courtesy of Moschino. Photo © Johnny Dufort, 2018

È il punto di vista anche di Marco Bizzarri, presidente, amministratore delegato Gucci, miglior business leader per il terzo anno consecutivo: «Il nostro è un settore dove la creatività ha un ruolo centrale. Se non vogliamo fare borse come gli altri, vestiti come gli altri, comunicare un mondo uguale agli altri, è necessario un ambiente, una cultura che permetta a questa creatività di emergere». La sponsorizzazione della mostra 2019 da parte di Gucci corrisponde a una sensibilità affine al brand, un modo di vedere il mondo come fenomeno estetico. Seguendo ancora la descrizione di Susan Sontag, è arte decorativa, sensualità della superficie, amore per l’eccessivo, estrema estensione della metafora della vita-come-teatro.

Molte di queste affermazioni ben descrivono l’estetica della doppia G. «Abbiamo tanto di camp in Gucci. Tutte le persone che ci sono, che ci lavorano. È quello che abbiamo voluto: evitare di avere dei ragionieri! Beh, io sono ragioniere, quindi non è dispregiativo. Vuol dire solo evitare chi è troppo chiuso con la testa, chi non sa vedere da angoli diversi». Se l’essenza del camp è detronizzare la serietà, l’autoironia del numero uno di Gucci ne fa parte. Così come il suo insistere sulla necessità di essere control freak. «È un tipo di impronta, di valori, di blend aziendale. Il modo in cui si lavora, in cui si interagisce fra di noi è importante, perché se tu stai bene, se vieni volentieri qui, vuol dire che sei libero di esprimerti nel modo in cui desideri e questo favorisce la capacità d’inventare, di innovare, di crescere». Il camp mette tutto fra virgolette. «Il nostro è un brand camaleontico, con un’energia pazzesca», continua ancora Bizzarri. «Ma per alimentarla occorre mantenere una certa dose di ingenuità, di passione e di voglia di prendersi dei rischi – controllati ovviamente!». Parafrasando le Notes on Camp, si tratta di un aroma: non uno stile, ma uno «stile», non un business, ma un «business».

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