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Amplifon sale in Borsa dopo l’acquisizione di Attune

La società conta su una rete di 55 negozi specializzati in servizi per l'udito

di Matteo Meneghello

2' di lettura

Amplifon sale in borsa dopo la notizia di un suo rafforzamento nel mercato ad alto valore aggiunto dell’Oceania. Il gruppo ha condotto in porto l’acquisizione di Attune, operatore australiano attivo con 55 punti vendita nelle aree più popolate del paese: Queensland, New South Wales, Victoria, South Australia e Western Australia. L’operazione comporta per Amplifon un cash-out di circa 55 milioni di dollari australiani (pari a circa 34 milioni di euro).

Fondata a Brisbane da un gruppo di otorinolaringoiatri, Attune offre servizi audiologici omnicomprensivi ed è specializzata nell’offerta di soluzioni uditive, servizi diagnostici completi, impianti cocleari e altri servizi da oltre 30 anni. Nell’ultimo esercizio, chiuso il 30 giugno 2019, la società ha generato ricavi per circa 30 milioni di dollari australiani (pari a circa 18 milioni di euro).

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«È un’opportunità che abbiamo colto al volo» commenta Enrico Vita, amministratore delegato di Amplifon. L’Australia, dove Amplifon controlla già l’operatore National hearing care, «è uno dei nostri mercati più importanti - prosegue - nel quale ora ci consolidiamo con una quota di mercato superiore al 25 per cento. Attune ha una forte relazione con tutta la comunità medica locale grazie all’elevata qualità del servizio offerto: è un business che si integra con National hearing, dedicato a un segmento consumer».

Con questa operazione (il perfezionamento è atteso entro la fine del primo trimestre del 2020) Amplifon punta a rafforzare ulteriormente la marginalità di quest’area geografica all’interno del gruppo, già oggi superiore alla media.

Dopo questa acquisizione, che arriva a poco più di un anno dalla maxi-operazione con Gaes sul mercato spagnolo - «un investimento che si sta ripagando ampiamente, con crescita a doppia cifra e marginalità importanti» commenta l’ad - Amplifon intende ora «finalizzarsi sulla crescita organica, almeno nel breve periodo» spiega Vita, aggiungendo però che « in realtà in questi anni la nostra strategia è sempre stata coerente, affiancando crescita organica a sviluppo per linee esterne per rafforzare la nostra leadership».

Prosegue, nel frattempo, il percorso di deleveraging del debito di gruppo, salito a 856,751 milioni di euro al 30 settembre di quest’anno a fronte di un patrimonio netto di 636,737 milioni. «Siamo passati da un rapporto tra debito ed ebitda di 2,5 a fine 2018 al 2,2 di fine settembre. Il trend di riduzione è proseguito anche negli ultimi mesi dell’anno - spiega Vita -, con l’obiettivo di chiudere sotto 2 entro la fine del 2020».

Nei nove mesi, ultimi dati disponibili, i ricavi della società sono aumentati del 27,2% a 1,22 miliardi, l’ebitda ricorrente senza Ifrs è salito del 29,3% a 194,6 milioni e il risultato netto su base ricorrente pari a 79,6 milioni di euro è migliorato del 28,3 per cento. Negli ultimi due esercizi gli utili hanno superato la soglia record dei 100 milioni di euro, mentre la capitalizzazione sfiora ormai i 6 miliardi di euro. «Il titolo rimane molto apprezzato» commenta Vita, che non esclude per il futuro anche un effetto positivo delle modifiche legislative che «sbloccano» la raccolta dei Pir.

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