Nomadismi pulp

Anatomia del viaggio

Dal Josephinum di Vienna al Boerhaave di Leida, dal Vrolik di Amsterdam al Mütter di Philadelphia: Olga Tokarczuk compie un tour nel passato tra <i>fiction</i> e storia

di Antonio Armano


default onloading pic

4' di lettura

Non fatevi ingannare dal titolo romantico che richiama Gorkij, Jack London e tutta una letteratura di emarginati in cammino. Le pagine più forti de I vagabondi, vincitore dell’International Man Booker Prize e finalista al Von Rezzori, sono quelle dove Olga Tokarczuk viaggia nel passato attraverso l’anatomia mischiando fiction e storia: uno schiavo nero diventa gentiluomo a Vienna prima di finire impagliato in un museo, il cuore di Chopin viene portato da Parigi alla Polonia in un vaso di vetro sotto la gonna della sorella Ludwiga, e Philip Verheyen scopre il tendine d’Achille dopo avere subito l’amputazione della gamba... Non mancano racconti di viaggio contemporanei, ma scivolano via senza lasciare un segno altrettanto profondo.

Da bambino Angelo Soliman viene strappato alla madre in Africa e portato in Europa. Finisce a Vienna presso la corte della principessa del Liechtenstein. Riceve una buona educazione. Di carattere mite, incline all’umorismo e di bell’aspetto, diventa un gentiluomo asburgico, amico dell’imperatore Giuseppe II e di Mozart. Nel 1786 sposa Magdalena Christiani, vedova di un generale, dalla quale ha una figlia, Josephine. Trattato con umanità da vivo Soliman torna a essere merce da morto. Il suo corpo viene esposto nel gabinetto delle meraviglie di Francesco I. Josephine supplica l’imperatore di concedere al padre una sepoltura. Invano. Angelo rimane esposto agli occhi dei curiosi come un reperto etnografico qualsiasi. Su ogni sentimento di pietà prevale il desiderio di aggiungere un pezzo pregiato alla Wunderkammer. In Europa era difficile allora vedere «un negro» perché gli schiavi finivano nelle piantagioni delle Americhe. La vita e soprattutto la morte di Soliman vengono raccontate dalla Tokarczuk sotto forma di suppliche scritte dalla figlia a Francesco I. La forza della storia sta nella sospensione, per esigenze narrative, di ogni invettiva, dettaglio macabro e riferimento all’attualità.

Più cruenta e spietata la vicenda dell’anatomista Philip Verheyen. Non è il viaggio di un corpo a essere narrato, ma dentro un corpo. Nato in un borgo delle Fiandre Verheyen è lo scopritore del tendine di Achille e viene rappresentato in un inquietante dipinto fiammingo (in realtà il fake digitale di un artista di Bangalore) mentre disseziona in pubblico la propria gamba posta su un tavolo. Studente di teologia si dedica alla medicina dopo avere subito l’amputazione. La Tokarczuk descrive il rapporto scientificamente morboso tra l’anatomista e l’arto. La carne è spirito in un diverso stato, come sostiene Spinoza, e la materia è un mistero solo apparentemente sondabile. Questa volta l’io narrante è un allievo dell’anatomista che non risparmia nessun dettaglio fisico e psicologico, infierendo sul maestro quasi come il De Quincey che racconta gli ultimi giorni di Kant. Sempre docufiction.

Schiavi, tendini e cuori sono le parti più riuscite di un libro che fa di tutto per sfuggire a ogni etichetta, come certe mostruosità che l’autrice ha visitato in alcuni musei: il Josephinum di Vienna, il Boerhaave di Leida, il Vrolik di Amsterdam, il Mütter di Philadelphia... Ma se la natura tende all’ordine, la scrittura tende al disordine, a meno che non sia l’artefice stessa a domarla. La Tokarczuk se ne guarda bene. Viaggiando tra generi letterari diversi cerca di confondere le carte. Le mappe geografiche per esempio sono inserite senza didascalia e incomprensibili se non si consulta l’indice. I vagabondi è un libro che si può leggere saltando da un frammento all’altro, avanti e indietro.

Anche perché non tutte le parti sono dello stesso livello. Le digressioni personali spesso mancano di originalità, come l’esaltazione del nomadismo in contrapposizione alla stanzialità, fuori tempo negli anni delle stragi del Mediterraneo e delle migrazioni. Soprattutto se pensiamo che la Tokarczuk viene dalla Polonia, come l’archetipico immigrato idraulico che ha spinto gli inglesi alla Brexit. Si veda per esempio Vagabondi, il racconto che dà il titolo al libro. È ambientato nella metropolitana di Mosca che inghiotte, come un desiderio di moto perenne, Annuška, madre di un figlio disabile e in fuga da casa sulle orme di una senza tetto. La considerazione finale è piuttosto deludente, quanto il racconto interessante.

Olga Tokarczuk, classe 1962, un’infanzia sulle sponde dell’Oder, racconta di avere conquistato con l’età una dote fondamentale per chi osserva il prossimo in viaggio: passa inosservata, quasi invisibile. Lamenta che dopo l’11 settembre non si possono più portare a bordo degli aerei i ferri da maglia. Quando è autoironica è più convincente di quando mitizza la propria indole nomadica. Dalla terra di Conrad e Kapuscinski ci si aspetta ben altro... Molto bello il frammento sui sacchetti di plastica: «A prima vista sembrano delicati e deboli, ma è un’illusione – sono longevi, quasi indistruttibili; i loro corpi eterei impiegano circa trecento anni a decomporsi. Non abbiamo mai avuto a che fare con esseri così aggressivi. Alcuni con esultanza metafisica pensano che sia nella natura del sacchetto occupare il mondo e conquistare i continenti; che sia una forma pura in cerca del proprio contenuto che però gli viene subito a noia e allora si rilancia subito nel vento». La Tokarczuk crea un oggetto narrativo altrettanto sfuggente dove il viaggiatore disincantato diventa una categoria esistenziale.

I vagabondi
Olga Tokarczuk
traduzione di Barbara Delfino, Bompiani,Milano, pagg. 384,€ 20

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...