Le Lettere

Anche nella classifica delle naturalizzazioni la Svezia fa più di noi

di Gianfranco Fabi

2' di lettura

Gentile Fabi, il dibattito sull’immigrazione e sulla presenza degli stranieri in Italia costituirà sicuramente uno dei punti caldi della prossima campagna elettorale. Appare ormai scontato che le modifiche alla legge sulla cittadinanza, con la proposta definita ius soli, siano destinate a passare alla prossima legislatura. Vorrei tuttavia fare una riflessione. Le recenti partite di qualificazione ai mondiali (non voglio entrare nel merito della sconfitta italiana) hanno visto giocare una nazionale svizzera in cui gran parte dei giocatori avevano un cognome di chiara provenienza slava. Ora ritenevo che ottenere la cittadinanza svizzera fosse particolarmente difficile. La nazionale italiana invece non aveva nessun giocatore naturalizzato mentre in passato ricordo giocatori argentini o brasiliani che giocarono in maglia azzurra grazie a qualche antenato proveniente dall’Italia. Tutto questo per chiederle: è così difficile con le regole attuali ottenere la cittadinanza italiana?

Giacomo Salvi

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Gentile Salvi, non sono un esperto di calcio, ma posso ricordare la nazionale di calcio italiana che partecipò ai mondiali in Cile nel 1962 in cui figuravano tra gli altri Humberto Maschio, Josè Altafini e Omar Sivori, giocatori che erano stati naturalizzati italiani, grazie a lontani parenti emigrati dall’Italia, peraltro dopo aver militato nella nazionale argentina. Per curiosità il portiere era già allora Buffon, ma si chiamava Lorenzo ed era cugino di secondo grado del nonno di Gigi. Attualmente ci sono ancora calciatori naturalizzati italiani che giocano nella nazionale: è, per esempio, il caso di Eder, il cui bisnonno paterno emigrò in Brasile nel 1891. Ma torniamo alla cittadinanza. Le regole attuali in Italia, che peraltro non differiscono molto da quelle svizzere, prevedono due formule di acquisizione, quella automatica e quella su domanda. Si ottiene automaticamente la cittadinanza italiana: per nascita (”ius sanguinis”), in caso di persona straniera nata da almeno un genitore italiano; per adozione, in caso di minorenne adottato da un cittadino italiano; per nascita sul territorio italiano (”ius soli”), solo se i genitori sono ignoti o apolidi, se non trasmettono la propria cittadinanza al figlio secondo la legge dello stato di appartenenza o se il minore è in una condizione di abbandono. Si può invece ottenere la cittadinanza su domanda per matrimonio o per residenza: in quest’ultimo caso, che è di gran lunga il più utilizzato, la regola generale prevede che si debbano avere almeno dieci anni di residenza per gli stranieri, anni che possono scendere a quattro per i cittadini comunitari e a tre per i figli o nipoti di cittadini italiani per nascita.

Con queste regole il numero di naturalizzazioni è comunque cresciuto negli ultimi anni ed è infatti passato dalle 12mila unità del 2002 quasi 202mila dello scorso anno. Dopo Portogallo e Svezia l’Italia è al terzo posto nell’area Ocse per tasso di naturalizzazione con il 3,6% della popolazione straniera residente mentre la media Ocse è del 2%. La presenza di persone straniere naturalizzate italiane comincia a essere quindi particolarmente significativa. Si può discutere se sia più o meno opportuno ampliare le possibilità di diventare cittadini italiani. È una scelta che può avere tante ragioni, ma non ritengo sia la strada principale per arrivare ai mondiali di calcio del 2022.

gianfranco.fabi@ilsole24ore.com

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