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«Anche l’Italia avrà la sua robot valley nella Val Polcevera»

Il nuovo direttore Giorgio Metta: stiamo cercando spazi per creare un nuovo centro con una decina di grandi aziende. Lavoreremo fianco a fianco con l'industria

di Raoul de Forcade


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Metta con il “suo” robot iCub. Lo scienziato, già vicedirettore di Iit, è salito al vertice scelto da una commissione di esperti da Usa, Francia e Svizzera

4' di lettura

Un nuovo laboratorio di robotica industriale dove far incontrare scienza e aziende, in modo da consacrare la Val Polcevera, oggi tristemente famosa soprattutto per il crollo del viadotto Morandi, quale Robot Valley italiana. È il progetto, già in fieri, su cui Giorgio Metta, dall’1 settembre direttore scientifico dell’Iit di Genova, al posto di Roberto Cingolani (divenuto chief technology & innovation officer di Leonardo), sta lavorando alacremente. A spiegarlo è lo stesso Metta, padre del progetto iCub, il robot umanoide creato proprio dall’Istituto italiano di tecnologia.

Appena arrivato al vertice di Iit punta sulla sinergia con le imprese?

È una cosa sulla quale ho iniziato a lavorare già da luglio, ancora prima di essere formalmente in carica. Stiamo cercando spazi per creare un nuovo centro in collaborazione con le industrie, dove metteremo tutta la parte di robotica industriale dell’Iit e i nostri laboratori saranno congiunti con le aziende. Parlo di progetti che abbiamo già in corso, ad esempio con Ansaldo Energia, con Danieli Automation, con Camozzi Group, con Leonardo e con Novacart. Ma la lista, alla quale stiamo lavorando comprende un’altra decina di imprese. Sono collaborazioni che esistono già ma è per implementarle che stiamo cercando una sede in Val Polcevera, in modo da continuare quella linea immaginaria che unisce l’Iit di Morego con la zona di San Quirico, con gli Erzelli (dove sta nascendo il Great Campus hi-tech, al quale partecipa anche l’Istituto, ndr). L’obiettivo è costruire un bel laboratorio nel quale possiamo far accedere le aziende e lavorare con loro: le collaborazioni con le imprese, ripeto, ci sono già, abbiamo solo bisogno dello spazio.

Il primo prototipo di esoscheletro per gli arti inferiori sviluppato dal laboratorio congiunto Rehab Technologies Iit-Inail.

Cosa ospiterà questo centro?

Dovrà ospitare un laboratorio di robotica industriale e due competence center: quello a guida toscana, coordinato dal Sant’Anna di Pisa, che è focalizzato sulla robotica e per il quale noi dobbiamo costruire il nodo genovese , e quello ligure a guida Cnr, di cui fanno parte anche Iit, Autorità di sistema portuale, università di Genova e una serie di partner industriali, che ha come tema le infrastrutture critiche. Per queste ultime, le attività sono più che altro computazionali, senza robot, però come Iit possiamo mettere disposizione capacità di calcolo, intelligenza artificiale e machine learning. All’interno del sito ci sarà anche un digital innovation hub, che è parte di un progetto Ue che abbiamo vinto e per 4 anni è finanziato (con circa 500mila euro, ndr), ed ha lo scopo di mettere in piedi uno strumento col quale connettere le aziende con la ricerca, ma anche coi fondi di investimento nonché con chi può fare training alle imprese sui temi delle nuove tecnologie. Si tratta di una vera sfida, perché dopo 4 anni i finanziamenti, per alcune di queste iniziative, finiranno e queste dovranno dimostrarsi sostenibili.

Quanto sarà grande il nuovo laboratorio e che investimento avete in mente per crearlo?

Non ho ancora stimato una somma precisa per l’investimento, c’è solo un’idea di massima. Pensiamo comunque di trovare uno spazio il cui affitto costi poco. Passeremo da tutti gli interlocutori istituzionali, come abbiamo fatto anche nel passato, e vedremo quali sono le possibilità. Però l’idea c’è e la necessità è concreta. Stiamo cercando uno spazio per 150 presone, a regime, per ospitare robot anche di grandi dimensioni perché l’industria richiede anche oggetti piuttosto pesanti e ingombranti. Cerchiamo quindi circa 2mila metri quadrati di laboratori più altri 500-600 di spazi dove mettere i macchinari più grossi.

Un ricercatore del team di nanotecnologie per la medicina

Oltre che sul nuovo laboratorio, su cosa pensa di puntare in futuro?

Su progetti completamente trasversali tra le varie discipline dell’Iit. Adesso ne stiamo consolidando uno che abbiamo battezzato delle neuroscienze di sistema. Coinvolge i nostri scienziato che fanno l’analisi delle reti neurali biologiche. L’obiettivo è di utilizzare queste conoscenze per creare delle reti artificiali che diventino quelle da usare per muovere i nostri robot. È una cosa che non si può fare in tanti posti al mondo, perché si ha bisogno di neuroscienziati, di persone che fanno computazione di neuroscienza, di altre che si occupano di scienze cognitive, nonché dell’intelligenza artificiale e della robotica. A Genova le abbiamo tutte nei nostri edifici, dove gli scienziati possono parlare tra loro e portare avanti questi programmi.

Insomma, puntate a trasformare in intelligenza artificiale alcune nozioni di quella umana.

Sì ma bisogna considerare che lo studio dell’intelligenza umana serve anche per capire quando ci sono patologie. Noi facciamo, con la neuroscienza, studi sull’autismo, sui non vedenti, sulla schizofrenia. Sono tutti aspetti che derivano da un approccio preciso: studio il problema nel biologico ma ne traccio anche il modello col computer. Questo approccio sta diventando parte fondamentale del modo in cui facciamo ricerca, perché la capacità di simulare ci spiega i processi naturali. E il robot diventa il modo in cui provo che le mie teorie computazionali funzionano, ed è anche il soggetto che porto sul campo per fare delle cose. Quindi dare al robot la capacità di muoversi, di non cadere di decidere in maniera autonoma se andare in una direzione o in un’altra è importante. Un seme di questo è contenuto già nel libro che abbiamo scritto con Roberto (Cingolani) qualche anno fa (Umani e umanoidi, 2015). Ora mi piacerebbe fare un programma che va in questa direzione. Lo inseriremo nel piano strategico 2021 dell’Iit e cominceremo a svilupparlo. Ma già dall’anno prossimo inizieremo a lavorarci.

Parlando di contrasto alla fuga di cervelli, avete appena ottenuto il finanziamento di quattro nuovi progetti dall’Erc (European research council), due di ricercatori italiani rientrati dall’estero e due di stranieri che lavorano in Iit.

Sì, abbiamo quattro nuovi vincitori interni di Erc grant. In realtà gli italiani hanno la stessa media di vittorie degli altri, in Ue, ma poi, se si guarda dove sono realizzati i progetti, si vede che molti sono fatti in altri Paesi . L’Iit però ha una coda di richieste, dall’estero, di persone che vogliono o partecipare o venire qui. Tra poco non sapremo più dove metterli a sedere.

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